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PROGETU POLITICU DE SNI

est formadu dae duas tesi ambas aproadas

(tesi n. 1 aproada in cungressu sa n. 2 est prus a suta)

“SNI  – PRO S’INDIPENDENTZIA E SA DIGNIDADE DE SA NATZIONE SARDA”

PREMESSA

Per impostare un progetto politico adatto ad una SNI figlia di se stessa e delle aspirazioni dei figli della nazione sarda, di tutti i sardi senza distinzione di classe, di censo, di confessione religiosa o politica, è necessario:

1-       come nel progetto politico del 2002, dare corpo e significato  alle parole chiave che verranno utilizzate nella sua elaborazione, Sardismo, Iindipendentismo,  Separatismo, Nazionalismo.

2-       al fine di capire la situazione economica e politica della Sardegna di oggi, capire quali sono stati i presupposti, gli obiettivi ed i ruoli che hanno portato al disastro economico, ambientale, territoriale e culturale che il popolo sardo sta subendo, sul “Modello di Sviluppo”.

Titolo 1- Parole e concetti chiave

1.1 – Sardismo; è la consapevolezza dell’appartenenza ad una nazione diversa da quella che ci viene imposta dallo stato oppressore e la volontà di battersi per il riscatto dei propri diritti nazionali.

Di contro vi è l’italianismo di coloro che pur essendo sardi sono organici alla nazione italiana, ne curano gli interessi in Sardegna, sono eterodiretti, sono tramite per il mantenimento della sudditanza e si adoperano per fare della sardità una questione culturale-folcloristica e per costringere la lotta di liberazione nazionale del popolo sardo nei confini della questione meridionale o della lotta di classe.  Sardismo non è da intendersi dunque come l’azione politica e culturale di un partito, del PSd’Az, ma il movimento di pensiero che con diversi gradi di permeazione e consapevolezza è condiviso e vissuto dai sardi che intendono battersi per i propri diritti nazionali. Esso è un anelito di libertà che ha valore universale, come appunto diceva A. Simon Mossa in un discorso del 1969 a Strasburgo parlando delle nazioni senza stato “ Se anch’essi avvertono questo anelito di libertà che noi chiamiamo Sardismo vuol dire che il Sardismo è idealità universale e non fatto e fenomeno provinciale come i proconsoli e i servitori del potere statuale si compiacciono di affermare”.

Due soluzioni sardiste sono possibili quella unionista e quella indipendentista.

1.2 – Unionismo; è la parte più colonizzata e compromissoria del Sardismo che è convinta, forse più per interesse che per credo ideologico, che la nazione sarda possa ottenere un riconoscimento dei propri diritti rimanendo all’interno dello stato Italiano e rinunciando all’indipendenza statuale. Molti “padri” del sardismo, Bellini, Lussu ed altri hanno fatto questa scelta e, pur dando un importante contributo teorico al sardismo, hanno di fatto frenato l’evoluzione del sardismo verso la soluzione indipendentista.

1.3 – Indipendentismo; è la parte più consapevole del Sardismo che ha capito che non ci può essere nessun riscatto dei propri diritti nazionali se non si consegue la piena e totale indipendenza dallo stato oppressore e dalla nazione che lo esprime. Intuizione sempre presente nei padri del sardismo ma esplicita solo nei discorsi di A. Simon Mossa, in alcuni promotori del neosardismo e codificata negli statuti di alcuni movimenti o partiti politici, nel 1978 in quello di Su Populu Sardu, riaffermata da Sardigna e Libertade (diventata successivamente PSIn e infine SNI) e nel dicembre del 1981 in quello del PSd’Az ( Congresso di Porto Torres) e nell’agosto 2002 da IRS (Presentazione del movimento a Corte in Corsica).

1.4 – Separatismo; coincide con secessionismo ed è l’azione e l’aspirazione di chi facente parte di una nazione unica intende separarsi da essa e costituire un’altra entità nazionale ed organizzarsi in un altro stato. La lotta della nazione sarda non è separatismo ma liberazione in quanto mai essa ha fatto parte della nazione italiana ma è stata invece, da quest’ultima, assoggettata, colonizzata e tenuta prigioniera. L’essere separatista è di fatto un’ammissione di unicità della nazione sarda con quella italiana.

L’essere sardista esclude l’essere separatista ma non esclude l’essere indipendentista. Sardismo ed indipendentismo non sono due categorie di pensiero che si escludono a vicenda ma piuttosto due livelli di consapevolezza dello stesso pensiero. Le intuizioni e gli intenti del sardismo, se si vuole nel concreto rivendicare i diritti nazionali del popolo sardo, non possono che portare alla soluzione indipendentista, qualsiasi altra ipotesi unionista non ha risolto e non risolverà il problema.

1.5 – Nazionalismo; è la consapevolezza e la certezza di appartenere ad una nazione che, anche se non è stato, esiste ed ha il diritto alla propria indipendenza e dunque al proprio stato. Essere nazionalisti significa fare la scelta di militare nella lotta di liberazione nazionale, per porre fine alla sudditanza imposta al proprio popolo da uno stato extranazionale. E’ la consapevolezza del nazionalismo che porta all’indipendentismo. L’indipendentismo è lo strumento del nazionalismo e non l’artefice.

Nazionalisti sono, coloro che pensano che la famiglia di riferimento sia la nazione e non lo stato e che credono che le libertà collettive nascano dal rispetto e dalla tutela delle particolarità nazionali e non dagli interessi degli stati.

La nazione sarda esiste ed ha bisogno dell’indipendentismo per liberarla e non per costruirla. La nazione sarda non ha bisogno di novelli costruttori, è nata dalla resistenza del nostro popolo al susseguirsi degli invasori, dalla propria lingua, dalla propria cultura, dalla scelta del tipo di vita e di economia e dalla volontà di essere sovrani del proprio territorio e del proprio destino. La nazione è una nazione storica e non di volontà. L’indipendentismo non è lo strumento per costruire la volontà di esistere come nazione ma lo strumento per conquistare il diritto di esistere come stato.

Con questo non si vuole escludere che possano nascere nazioni di volontà, si può citare quello compiuto degli Stati Uniti d’America e quello incompiuto della Padania, ma non è il caso della nazione sarda.

A far nascere una nazione di volontà sono normalmente ragioni rivendicative di tipo economico (privilegi mancati per la diluizione nello stato delle proprie ricadute economiche) e politico ( rifiuto del potere politico che tali privilegi impedisce ). In questo caso il nazionalismo è uno strumento per costruire un’altra nazione-stato e giustificare il separatismo e la secessione dalla nazione-stato di appartenenza. E’ un processo intranazionale non extranazionale, all’interno di una nazione madre e non tra due nazioni distinte.

Se la nazione sarda non esistesse, per giustificare il separatismo sarebbero necessarie delle forti ragioni diverse da quelle che sono alla base dell’esistenza di una nazione storica e tali da rispettare  almeno due condizioni;

–          devono essere particolari e caratteristiche esclusive della Sardegna in quanto altrimenti tutte le regioni dello stato italiano e di qualunque stato-nazione potrebbero avanzare le stesse pretese e la problematica delle nazioni senza stato verrebbe talmente diluita da rientrare nella problematica del regionalismo o al massimo in quella dell’autonomismo.

–          Non possono essere esclusivamente di discriminazione economica e strutturale in quanto nel caso si potrebbero inquadrare nella questione meridionale.

–          Non devono essere possedute  da parti della Sardegna ( Campidano, Logudoro, Gallura ….) in quanto giustificherebbe un separatismo interno che indebolirebbe e vanificherebbe la lotta di liberazione nazionale del popolo sardo.

Dette ragioni, inoltre, non sono di certo simili a quelle della Padania, (esaltazione dei privilegi economici) in quanto la Sardegna non è oggi in quelle condizioni ed il suo popolo è convinto di non bastare a se stesso.

Un indipendentista non può negare l’esistenza della nazione sarda o dichiararsi separatista, negherebbe la sua stessa ragion d’essere e , non solo, si porrebbe di fatto dalla parte di coloro che la tengono in sudditanza e costringono la questione sarda nei ristretti ambiti del meridionalismo, ma rafforzerebbe la soluzione autonomista ed indebolirebbe quella indipendentista.

Quell’autonomismo, che il novello separatismo dice di voler combattere, diventerebbe nuovamente riproponibile e nella migliore delle ipotesi porterebbe ad un federalismo imposto e non certamente all’indipendenza.

Il separatismo non è qualcosa di più dell’indipendentismo, l’apparente durezza della parola nasconde la debolezza del risultato.

1.6 – Nazionalitarismo; è un infingimento che usa chi vuole addolcire, addomesticare o sinistrizzare il Nazionalismo per nascondere, in molti casi, una scelta ancora unionista. Quelli di ideologia centrista o di centrodestra pensano che il “Nazionalitarismo” sia più democratico; fa meno paura, pone il problema in termini culturali ed economici e non tocca, volutamente, quello politico. Quelli di sinistra ed i comunisti non indipendentisti, con la scusa che nazionalismo sembra di destra, infarciscono i loro discorsi con il termine nazionalitarismo. Discorsi chiaramente di sinistra ma altrettanto chiaramente unionisti quanto quelli centristi e di destra.

Nazionalitarismo e Unionismo non sono la stessa cosa ma in Sardegna alloggiano insieme anche se il primo appare in pubblico più dell’altro.

Nazionalitarismo e Unionismo e per gli aspetti suddetti anche il separatismo sono d’impedimento al nazionalismo e all’indipendentismo, i primi due sono, anzi, il tramite mediante il quale l’italianismo e parte del nnata tengono a freno il diffondersi del nazionalismo.

Il nazionalismo è infatti, rivoluzione, ribellione, desiderio di dignità, non è ne di destra ne di sinistra, è liberazione.

1.6 a – Sovranismo; è una riproposizione in chiave moderna dell’autonomismo ed è la posizione di chi crede  che si possano acquisire maggiori spazi di sovranità e  apportare miglioramenti alla condizione dei sardi e quindi avere la possibilità di un riscatto del popolo sardo  pur rimanendo  nella condizione di non libero e di dipendente. Non è quindi un andare oltre l’indipendentismo ma un rinunciare all’indipendenza e dunque al diritto ad una propria soggettività politica statuale totalmente indipendente da quella dello stato attore della sudditanza.

Per poter continuare il discorso sulle ragioni e prospettive dell’indipendentismo bisogna chiarire qualche altro concetto; Essere di sinistra, Antimperialismo, Antiliberismo.

1.7 – Essere di sinistra; è necessario chiarire il concetto perché una delle domande più ricorrenti che viene fatta a noi indipendentisti è “ma voi con chi state con la destra o con la sinistra?” oppure nella forma “Si va bè ma se venite eletti con chi vi schierate?”.

Chiariamo subito che nel nostro cervello le griglie di interpretazione imposteci dall’acculturazione politica italianista sono state completamente rimosse ed il nostro pensiero spazia libero in tutta la scatola cranica, riceve input ed elabora output valutandoli in base ai contenuti e non alle confezioni imposte da altri.

Non avendo intenzione di fare atti di fede verso la “sinistra” o verso la “destra” vediamo se è possibile classificare la nostra azione politica;

–        Se difendere le classi sociali discriminate e sfruttate da altre classi privilegiate che basano i loro privilegi su tale sfruttamento significa essere di sinistra, allora noi siamo di sinistra ma se essere di sinistra significa pensare che la lotta di liberazione nazionale sarda sia di esclusiva prerogativa delle classi discriminate, allora non siamo di sinistra.

–        Se essere contro le servitù militari in Sardegna significa essere di sinistra, allora noi siamo di sinistra ma se, essere di sinistra significa essere contrari solo perché sono americane o dei loro alleati italiani e non anche perché impediscono la sovranità del popolo sardo sul suo territorio nazionale, allora noi non siamo di sinistra.

–        Se essere contro la cementificazione delle coste in Sardegna significa essere di sinistra, allora noi siamo di sinistra ma se, essere di sinistra significa essere contrari solo perché sono un bene ambientale e non anche perché sono un bene ed una risorsa che appartiene al popolo sardo, allora noi non siamo di sinistra.

–        Se riconoscere un valore all’identità ai prodotti della Sardegna ed ai suoi abitanti significa essere di sinistra, allora noi siamo di sinistra ma se, essere di sinistra significa essere contrari a riconoscere l’identità della nazione sarda ed il suo diritto all’indipendenza, allora noi non siamo di sinistra.

–        Se essere contro Berlusconi significa essere di sinistra, allora noi siamo di sinistra ma se, essere di sinistra significa essere contrari solo perché è il capo del centrodestra italiano e non anche perché è capo del governo dello stato che tiene in sudditanza la Sardegna, allora noi non siamo di sinistra.

–        Se riconoscere il diritto all’indipendenza dei popoli oppressi significa essere di sinistra, allora noi siamo di sinistra ma se, essere di sinistra significa riconoscere tale diritto ai popoli oppressi da altri stati e non a quelli oppressi dallo stato italiano, allora noi non siamo di sinistra.

–        Se essere contro la pena di morte significa essere di sinistra, allora noi siamo di sinistra ma se, essere di sinistra significa essere contrari solo quando la praticano gli stati non di sinistra, allora noi non siamo di sinistra.

–        Se volere un futuro socialista e libertario per la Sardegna indipendente significa essere di sinistra, allora noi siamo di sinistra ma se, essere di sinistra significa essere a favore del partito unico del proprio credo politico, allora noi non siamo di sinistra.

Il ragionamento, che si potrebbe ripetere per altre tematiche, porta ad una conclusione molto semplice per un patriota impegnato nella lotta di liberazione nazionale del proprio popolo non basta quell’essere di sinistra generato dalle contrapposizioni di classe e sociali all’interno di uno stato-nazione ma va oltre e si batte non solo per i diritti che derivano all’individuo dall’essere cittadino del mondo ma anche per quelli, altrettanto validi, che gli derivano dall’essere parte di un popolo oppresso.

1.8 – Antimperialismo; Chi è indipendentista è anche antimperialista, non può essere altrimenti visto che lo stato di sudditanza di un popolo è determinato dall’imperialismo dello stato di un altro popolo. L’imperialismo è la limitazione di sovranità che viene imposta da alcuni stati-nazione, con la forza delle armi o col potere economico, ad altri stati-nazione e a nazioni senza stato.

L’imperialismo non è solo quello imposto dagli USA, in Afganistan o in Iraq, ma lo è anche quello della Russia in Cecenia, quello della Cina in Tibet, quello di Israele in Palestina, come quello della Spagna in Euskadi ed anche quello dell’Italia in Sardegna.

Non basta essere antiamericanisti per essere antimperialisti, come non basta essere antimperialisti in casa d’altri e imperialisti in casa propria. Capita spesso di trovare antiglobal e antimperialisti Spagnoli, Francesi e Italiani che si sbracciano per manifestare contro il muro in Palestina e non si accorgono che una Palestina c’è anche in casa loro.

1.9 – Antiglobalismo; La globalizzazione è il nuovo mostro del capitalismo che vuole abbattere ogni resistenza sociale, culturale e politica che potrebbe ostacolare il modello liberista dell’imperialismo economico. Gli indipendentisti, consapevoli che i loro popoli saranno le prime vittime del liberismo e che il liberismo si alimenta imponendo la disparità sociale sia in ambito locale che in ambito globale, sono i maggiori oppositori della globalizzazione e già da subito si sono mobilitati per contrastarla.

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A questo punto è doveroso trovare la risposta ad alcuni quesiti;

1) Per poter fare la lotta di liberazione nazionale bisogna essere per forza di sinistra?

2) Se un sardo di destra o di centro, usando ancora categorie obsolete, volesse impegnarsi nella lotta di liberazione nazionale, quale livello di collaborazione è possibile con esso?

Una risposta positiva alla prima domanda implicherebbe automaticamente che la lotta di liberazione nazionale sia un sottoinsieme della lotta di classe e che l’indipendenza di una nazione non ha valore se a governare è il capitalismo e non il proletariato. Per i fautori di questa tesi non cambia niente se a governare la Sardegna è il capitalista sardo o quello italiano. Se ciò fosse vero tutta la mobilitazione contro la globalizzazione sarebbe tempo perso in quanto nulla cambierebbe se al capitalismo italiano si sostituisse quello delle multinazionali americane, come sarebbero inutili altre lotte, quella di liberazione nazionale della Palestina e della Cecenia e quella contro l’invasione dell’Iraq in quanto non è scontato che la liberazione porti a soluzioni socialiste o comuniste. Significherebbe che una lotta di liberazione nazionale non può essere di tutto il popolo ma necessariamente solo di una parte di esso che poi la impone all’altra parte che se anche fosse d’accordo non può essere componente attiva solo perché non è di sinistra.

Presuppone anche che;

–          un popolo oppresso nel quale prevale la componente non di sinistra perde il suo diritto all’indipendenza e lo riacquista solo nel momento in cui si decide di diventare di sinistra; 

–          che se a governare l’Italia fosse la sinistra sarebbe molto più facile ottenere l’indipendenza del popolo sardo;

–          che all’interno di un ordinamento capitalista non si possono interrompere i rapporti di sudditanza e non ha senso ne giustificazione una lotta di liberazione nazionale. L’Italia sarebbe dovuta rimanere sotto il giogo austriaco, l’America una colonia inglese e non avrebbe avuto neanche senso combattere contro l’impero Hitleriano.

SNI non condivide questa ipotesi, di lotta di liberazione nazionale di classe, ci siamo liberati dall’acculturazione che impedisce di capire che una lotta di liberazione nazionale non solo deve coinvolgere tutti gli strati sociali del popolo oppresso ma che solo se ciò avviene può essere vincente.

Necessariamente bisogna, allora, rispondere alla seconda domanda per coinvolgere anche la non sinistra nella lotta di liberazione nazionale evitando per quanto possibile di farsi imprigionare dalle valorizzazioni indotte e di comodo che associano comunque all’interclassismo un valore negativo e non positivo come invece deve essere in una lotta che riguarda tutto un popolo e non un settore di esso.

Per trovare la soluzione bisogna avere chiari quali sono gli obiettivi che si vogliono conseguire e cercare successivamente i mezzi, i metodi e gli attori.

Gli obiettivi da conseguire sono fondamentalmente due; l’indipendenza della Sardegna e un ordinamento statuale progressista basato sull’assoluto rispetto dei diritti, individuali e sociali specialmente delle classi meno abbienti, dove i privilegi di alcuni non siano basati sullo sfruttamento di altri, dove la sanità, l’istruzione, la casa, il tempo libero e qualsiasi altro servizio necessario per assicurare uno stesso tenore di vita,  siano equamente accessibili a tutti i cittadini sardi.     .

Nella questione indipendenza le parti in contrapposizione sono da una parte lo stato italiano che impone la sudditanza e dall’altra la nazione sarda che la subisce.

Lo scontro non è tra classi sociali ma tra un popolo oppresso  ed uno stato oppressore.

Lo scontro non è tra classi sociali ma tra due nazioni o se vogliamo tra due popoli dei quali quello italiano ha conquistato l’indipendenza e si è dato uno stato mentre quello sardo è in sudditanza ed impedito di darsi un proprio stato. Lo stato italiano e i suoi apparati politici e militari sono lo strumento per mantenere la Sardegna in sudditanza, chi decide è il governo dello STATO su delega e mandato del popolo italiano, di quasi tutto il popolo italiano di qualunque fede politica, sia di destra che di sinistra. Anche se il singolo cittadino italiano non è direttamente responsabile della negata indipendenza della Sardegna lo è tuttavia in quanto componente del popolo che ha espresso lo stato oppressore. Se gli italiani lo volessero la Sardegna potrebbe avere l’indipendenza ma per quanto ci risulta, così non è, non solo non lo vogliono gli italiani ma neanche i sardi che rappresentano i loro interessi nell’isola (partiti politici e sindacati italiani). Anche la sudditanza è subita dal cittadino sardo non in quanto appartenente ad una classe o ceto sociale ma in quanto sardo, quel suo stato di discriminazione è dovuto unicamente  alla sua appartenenza ad una nazione oppressa. A questo stato di oppressione ne consegue una giusta reazione di ribellione del cittadino sardo, reazione dovuta al mancato riconoscimento dei diritti del suo popolo e non della sua classe sociale. In questo scontro è dunque doveroso raccogliere tutta la ribellione del popolo sardo, mantenere viva la dialettica di classe, ma non perdere di vista il primo obiettivo, quello dell’indipendenza.

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1.10 – Lotta di classe e lotta di liberazione nazionale

In seguito a queste considerazioni, è lecito fare una riflessione sia sul rapporto tra lotta di classe e lotta di liberazione nazionale che tra lotta di classe e colonialismo.

La nazione oppressa e lo stato oppressore sono due entità sociali formate da individui diversamente organizzati e con potenzialità di azione e di reazione basati su fattori estremamente diversi.

La nazione oppressa può contare quasi unicamente sulla forza del suo popolo e solo in alcuni casi può godere dei favori dell’opinione pubblica regionale o in qualche caso anche mondiale ( Palestina, Cecenia, Tibet, Euskadi e Kurdistan) .

Lo stato invece basa la sua forza sull’esercito, sulla polizia, sulle istituzioni, sulla chiesa, sulle leggi, sui mezzi d’informazione, su sindacati e partiti italiani, sugli accordi interstatali ( erroneamente detti internazionali ) ed anche sulla cosiddetta Borghesia Comporadora composta dai sardi che intermediando il colonialismo ne ottengono prebende e privilegi. 

Lo scontro è evidentemente impari e se una nazione oppressa vuole liberarsi dell’oppressione ed arrivare all’indipendenza ed ad una propria statualità deve assolutamente, nell’ambito del suo popolo, rafforzare gli spazi di condivisione ed evitare i motivi di divisione, pena il fallimento della lotta di liberazione nazionale.

La lotta di classe che contrappone la cosiddetta “Classe operaia” alla classe “ Capitalista” ed associa alla prima la categoria politica “di sinistra” ed alla seconda la categoria politica “di destra” di fatto presuppone uno scontro interno all’entità collettiva interessata, una divisione interna e dunque un indebolimento della stessa nell’agire comune e una minore capacità di confrontarsi alla pari con altre entità collettive, specialmente con quelle dotate di stato.

La lotta di classe, non indebolisce invece lo stato, tutti i suoi punti di forza non risentono dello scontro tra classi interno alla collettività che lo ha espresso, essa può influire sulla formazione del governo, sulle lotte sindacali, sulle dinamiche sociali e politiche ma non tocca l’apparato statale che indipendentemente dalla connotazione politica del governo, continua ad operare mediante l’esercito, la polizia etc.

A dimostrazione di ciò basta constatare che la sudditanza della Sardegna nei confronti dell’Italia non ha mai risentito delle dinamiche sociali e politiche interne alla nazione italiana. La sudditanza, infatti, è imposta mediante lo stato italiano, non la nazione, e continuerà a sussistere finché  esisterà lo stato, concepito come stato-nazione indivisibile ed inscindibile.

Bisogna distinguere le dinamiche interne alla nazione

da quelle in cui la nazione è un’entità unica.

La lotta di classe che contrappone “operai sardi “ a “capitalisti sardi” o “partiti di sinistra sardi” a “partiti di destra sardi” è una dinamica interna alla nazione in cui la nazione è collettività, la lotta di liberazione nazionale è una dinamica esterna in cui la nazione è individuo, entità unica.

Il mondo indipendentista deve capire che se è giusto non trascurare le dinamiche di classe interne alla nazione oppressa è ancora più giusto evitare che ciò sia motivo di indebolimento dell’individuo nazione nello scontro con chi gli nega i diritti fondamentali.

Bisogna stabilire delle priorità, la lotta di liberazione nazionale deve avere assoluta priorità rispetto alla lotta di classe o comunque la lotta di classe non deve in nessun caso impedire che la collettività della nazione dominata sia unita e possa affrontare le dinamiche esterne utilizzando l’unica forza che possiede, quella del suo popolo unito.

“ Non mi interessa una Sardegna indipendente non socialista” , “ Non cambia niente se a governare la Sardegna sono i padroni sardi invece che quelli italiani” , questi due assunti sono ricorrenti nel mondo comunista sardo, anche in quello comunista-indipendentista.

Un sardo impegnato nella lotta di liberazione nazionale è tentato di classificare i due assunti tra le assurdità o atti di fede ad una ideologia comunista digerita male e quindi legati unicamente alla formazione politico-culturale individuale.

Di fatto invece, quegli assunti sono elaborati basandosi sulle dinamiche conflittuali indotte, organiche a chi è riuscito a colonizzare il pensare politico dei sardi al punto da confondere tale pensare con la politica dei partiti italiani.

Hanno categorizzato il nostro cervello, tutto ciò che esso riceve in imput politico può essere metabolizzato solo disponendolo nelle categorie tricolori di “destra” o di “sinistra” , non esistono altri contenitori, ne di tipo oggettivo e tantomeno di tipo targati quattro mori.

1.10.a  Lotta di classe antimperialistica.

L’altra dimensione della lotta di classe vissuta e praticata come dinamica sociale interna alla entità stato-nazione (Italia) e/o degli agglomerati statuali ( Europa) e/o del mondo intero, insieme alla lotta antimperialista ed antiglobalista, ha invece minore influenza sulla lotta di liberazione nazionale, è meno strumentalizzabile dallo stato dominatore anche se in alcuni casi accomuna individui che subiscono l’imperialismo con individui che lo combattono fuori casa e lo praticano in casa loro.

E’ facile infatti trovare italiani che riconoscono il diritto all’indipendenza della Palestina, di Euskadi, del Tibet ed altri ma no riconoscono tale diritto alla nazione sarda.

1.10.b Interclassismo

Anche questa è una scatola  concettuale che in riguardo alla lotta di liberazione nazionale ha un contenuto positivo che  però la cultura politica italiana, specialmente quella di sinistra, ha consegnato ai sardi con l’etichetta “contenuto negativo”.

La lotta di liberazione nazionale non può non essere interclassista, deve coinvolgere necessariamente tutte le classi sociali della nazione, pena il fallimento della lotta o la nascita di uno stato debole e costretto a subire pesanti influenze da parte di altri stati.

Se si vuole conseguire l’indipendenza di una nazione oppressa bisogna rafforzare gli spazi di condivisione esistenti, crearne nuovi e principalmente evitare motivi di divisione.

1.11 – La Nazione

La nazione è condivisione

La riflessione merita un’ulteriore approfondimento in termini più speculativi.

Per poterlo fare abbiamo necessità di definire in modo non equivoco due categorie che possiamo qualificare di base e che riguardano la filosofia di approccio che guida ogni individuo nell’affrontare i problemi, in particolare quelli relativi alle dinamiche interne ed esterne che coinvolgono le collettività.

L’approccio alle suddette problematiche può essere , LAICO o CONFESSIONALE e rapportando le modalità all’individuo si ha che:

– LAICO è chi pensa che “Religioni ed ideologie siano sottoinsiemi della Cultura”

– CONFESSIONALE è chi pensa che “ La Cultura sia sottoinsieme della religione o dell’ideologia”

Laico quindi non significa, anticlericale o mangiapreti come confessionale non significa, clericale o baciapile, le categorie sono molto più vaste e non possono essere costrette nello spazio ristretto della contrapposizione tra chi è a favore della struttura “chiesa” e chi è contrario.

Validate ed accettate le su date definizioni si può affermare, per fare qualche esempio, che De Gasperi e Togliati erano due “confessionali”, tutti e due infatti pensavano ad una cultura funzionale ad una religione o ad una ideologia. Il primo pensava ad una cultura cattolica ed il secondo ad una cultura comunista, l’uno non lasciava spazi ad altre religioni e l’altro non lasciava spazi ad altre ideologie.

1.11.a – Democrazia e clericalismo

Rifacendosi nuovamente all’insiemistica:

In un SISTEMA LAICO  l’insieme universo è la cultura, intesa naturalmente in senso lato, esso può contenere diverse religioni e diverse ideologie che possono essere liberamente professate e praticate.

In un SISTEMA CONFESSIONALE l’insieme universo è la religione o l’ideologia e non c’è spazio per altre religioni o altre ideologie.

Il Sistema Laico è democrazia

( Le democrazie occidentali lo sono in quasi tutti gli aspetti )

Il Sistema Confessionale è clericalismo, oligarchia, dittatura.

( i regimi islamici, le dittature personali e i regimi comunisti o fascisti )

                1.11.b – Indipendentismo laico e confessionale

  • INDIPENDENTISMO LAICO

L’indipendentismo non può essere che laico, qualsiasi forma di indipendentismo confessionale è incompatibile con gli interessi della nazione che dell’indipendentismo vuole fare strumento di liberazione nazionale.

L’indipendentismo, infatti, è un figlio della nazione oppressa, di tutta la nazione e tutta la nazione si deve coinvolgere nella lotta contro chi la opprime.

L’indipendentismo laico, è condivisione, è unione e da forza alla lotta di liberazione nazionale.

  • INDIPENDENTISMO CONFESSIONALE

L’indipendentismo di classe, comunista, è confessionale non riconosce la forza della propria cultura,  punta ad asservirla all’ideologia e spezza uno spazio fondamentale di condivisione.

L’indipendentismo confessionale è divisione ed indebolisce la lotta di liberazione nazionale.

Si può nuovamente riaffermare che;

–          LA NAZIONE E’ CONDIVISIONE  e chi le toglie spazzi di condivisione è un nemico della nazione.

–          SE NON CE’ CONDIVISIONE NON C’E’ NAZIONE

A QUESTO PUNTO BISOGNA CHIEDERSI;

– Quali sono gli spazzi di condivisione che fanno di un insieme di individui una nazione?

– Quanta condivisione ci deve essere per essere nazione?

Per rispondere alla prima domanda è opportuno fare qualche riferimento storico sulla definizione di nazione e precisamente a quello, tuttora attuale e moderno, dato da Lenin nel 1914 – 1916 che individua come spazi condivisi alla base dell’esistenza di una nazione, il territorio comune e distinto, la cultura, la storia, la lingua, la coscienza dell’identità.

A questi spazi di condivisione, che nel proseguo chiamerò caratteri primari, a mio parere è importante aggiungere anche quelli che riguardano l’immaginario collettivo e il simbolismo identitario ed identificativo, i quali nella definizione di Lenin sono probabilmente compresi nella “Cultura” ma ritengo sia meglio precisare, almeno quelli più importanti.

In primis, La Bandiera , l’Inno e la Costante Resistenziale.

In quanto ai caratteri primari, la storia ci insegna che anche se un insieme di individui non li possiede al completo può essere lo stesso nazione. Nessuno, infatti, ha mai messo in dubbio che gli Ebrei, pur privi di un proprio territorio per secoli, fossero e siano una nazione. Il popolo ebraico pur non avendo un proprio territorio reale lo ha comunque sempre avuto di tipo ideale, la terra promessa, ed è quel territorio ideale che hanno continuato ad abitare pur essendo fisicamente delocalizzati e dispersi in diversi territori fisici di altre nazioni.

Mai comunque al popolo ebreo è mancato l’anelito di allargare la condivisione nazionale anche al territorio ben sapendo che la nazione è tanto più forte quanto più larga è la  condivisione.

– Bandiera e Inno ma specialmente la bandiera sono simboli identificativi con i quali un individuo vuole dichiarare la propria appartenenza al popolo che in quella bandiera e in quell’inno si riconosce.

Non c’è dubbio che tali simboli sia lecito contestarli e chiederne la sostituzione con altri, è sicuramente lecito ma è altrettanto sicuramente scellerato ed inopportuno farlo durante l’azione di liberazione nazionale.

Dividere un popolo oppresso su una qualsiasi questione che riguardi gli spazi di condivisione, significa indebolire la lotta di liberazione nazionale e favorire l’oppressore.

In Sardegna, purtroppo, anche settori indipendentisti sono caduti in questo errore, con atteggiamenti fideistici e settari stanno cercando di dividere il popolo sardo sulle questioni, bandiera, lingua e persino Costante Resistenziale.

Sono spazi di condivisone che uniscono e danno forza alla lotta di liberazione.

Gli spazi di condivisione hanno genesi particolari, non sempre sono giustificati dal punto di vista della coerenza storico o della consequenzialità.

La bandiera nazionale sarda per esempio non è figlia di una ricerca storica ma è figlia di una cultura, di una cultura contaminata ma reale, esistente, diversa da quella fantastica ed incontaminata che alcuni chiamano, strumentalmente e vanamente a giustificazione delle loro scelte.

La bandiera è una figlia culturale della nazione, non storica, non si può affidare una condivisione così importante al relativismo storico.

La bandiera è un sentidu non il risultato di un’equazione storica addomesticata

La nostra debolezza sta nelle categorie, indotte dalla sudditanza, con le quali classifichiamo e metabolizziamo i concetti.

La lingua, proteggere la mosca cavallina ed uccidere il cavallo.

La identificazione , catalano piuttosto che sardo.

L’intellettualismo italiano applicato ai problemi sardi

1.12 – La sovranità

1.12.a La sovranità dei sardi in Sardegna

Sovranità per un popolo significa avere la possibilità di esercitare l’autodeterminazione sia in tutti gli ambiti che lo riguardano in via esclusiva che in quelli in condivisone con altri popoli o con altre entità collettive. 

Se si è sovrani le regole per decidere negli ambiti di competenza esclusiva, sono interne e quelle per decidere negli ambiti in condivisione sono concordate ed interrelate con altre entità sovrane.

La sovranità decade se altri possono decidere sulle regole interne o su quelle concordate.

La sovranità decade anche quando altri decidono gli ambiti esclusivi o/e condivisi.

Ambiti esclusivi:

Il modello sociale – Il modello istituzionale – La fiscalità – La polizia – La bandiera nazionale – La lingua nazionale – Atti di condivisione con altre entità collettive.

Gli ambiti condivisi sono quelli che derivano dall’appartenenza ad agglomerati politici plurinazionali o da trattati internazionali con altre entità collettive sovrane.

Tutte le condivisioni derivano naturalmente da atti decisi in ambito esclusivo.

I sardi non sono sovrani sul proprio territorio nazionale

Si sardi non hanno sovranità perché non possono audoterminarsi ne in ambiti esclusivi ne in ambiti di condivisione le poche potestà legislative e normative, previste nello Statuto Regionale, sono delegate dallo Stato italiano e da esso possono essere ampliate, ridotte e persino abrogate se per propria convenienza ritiene necessario farlo.

Se i sardi sono una nazione e pur avendo il diritto di autodeterminarsi, non possono farlo, è palese la loro sudditanza verso chi ha il potere di decidere per loro.

Se ci si affaccia alla finestra della storia del popolo sardo si nota subito che il rapporto di sudditanza che sta subendo oggi la nazione sarda non è assolutamente diverso da quello che gli hanno imposto gli altri dominatori che hanno preceduto gli attuali.

L’attualità non ci deve ingannare nel valutare i rapporti tra dominatore e dominato, presto l’oggi diventerà ieri e passerà dall’attualità al passato, influenzando ma non determinando il futuro. Presto nello scaffale della storia sarda ai volumi titolati Sardegna Punica, SRD Romana, Aragonese etc si aggiungerà quello di Sardegna Italiana che nel frattempo la storia ha chiuso e consegnato al passato.

Tra attualità e futuro non c’è una relazione di tipo matematico, non si ha un risultato certo.

L’attualità sarda che è stata romana, bizantina, giudicale, spagnola, austriaca ….., non si è mai cristallizzata, perché dovrebbe cristallizzarsi adesso che è italiana ?.

I presupposti non ci sono, la storia non è un’equazione e se lo fosse si può davvero pensare che la soluzione sia arrivata con la formazione dello stato italiano ?.

Non viene il dubbio che la stessa sensazione si sia presentata durante le altre sudditanze ? e non viene il dubbio che i sardi si sarebbero potuti scoprire francesi o inglesi se una sola virgola della storia si fosse spostata?

Sicuramente questi dubbi si presentavano forti in su sentidu dei sardi che conoscono la storia del proprio popolo e deboli o addirittura distorti nel sentidu dei sardi che hanno subito la cancellazione della storia del proprio popolo e sono stati costretti a riconoscersi nella storia del dominatore di turno.

Che fare ?,

C’è una certezza da porre subito in chiaro,

i sardi non possono rinunciare al loro essere nazione.

L’essere nazione infatti non è una qualità in possesso della generazione sarda in attualità ma è un carattere indisponibile di una collettività, che non può essere alienata o contrattata nella contingenza.

I sardi del futuro non possono essere privati della propria nazionalità dai sardi del presente e neanche da quelli del passato.

La cosiddetta “fusione perfetta” voluta dai sardi 1847 è stata solo una fusione politica e statuale, in nessun caso potevano decidere una fusione nazionale della Nazione Sarda con la Nazione Italiana.

 E’ il colonialismo moderno che ha inventato la fusione nazionale, la necessità di far coincidere lo stato con la nazione ha imposto ai Sardi la nazionalità italiana ai Corsi la nazionalità francese e cosi via peri i baschi, i catalani, e per tute le nazioni senza stato.

Si è falsificato il carattere “essere nazione” e lo si è vincolato all’”essere stato” .

Per costruire gli stati-nazione si sono invasi territori con le armi, distrutto culture ed economie si sono compiuti dei veri genocidi, non sempre silenziosi e senza spargimento di sangue.

Gli altri dominatori del polo sardo, compresi i romani e gli spagnoli hanno rapinato ed ucciso ma mai hanno imposto la fusione nazionale.

Qualunque cosa risposta si dia al “che fare” in nessun caso può essere barattato l’essere nazione del popolo sardo ed il suo diritto alla sovranità sul proprio territorio e sul proprio destino.

La sovranità e indipendenza.

Per un indipendentista la sovranità è solo l’indipendenza, ma mentre l’indipendenza è un traguardo e non è divisibile in tappe la sovranità è una progressione che può presentare tratti di condivisione anche con chi non accetta che la progressione porti all’indipendenza.

E’ su questi tratti di condivisione che le forze che hanno genesi nella nazione sarda e sono ad essa organiche si possono trovare e conseguire insieme quote di sovranità sempre maggiori.

Tratti di condivisione che debbono essere necessariamente laici, liberati da confessionalismi politici che potrebbero indebolire irrimediabilmente l’agire comune e neutralizzare il “collante nazionale”.

1.12.b Agire condiviso

In ogni caso chiunque venga chiamato a ricontrattare il rapporto Sardegna – Stato italiano, deve partire dalla consapevolezza che non è in suo potere disporre  e spendere nella contrattazione del carattere nazionale del popolo sardo e del suo diritto alla sua autodeterminazione.

Tre strade sono possibili.

1)       Si chiede lo scioglimento della fusione perfetta contrattata nel 1847 tra gli stamenti sardi e il re, perché non si sono verificate le condizioni che i sardi speravano si verificassero con la fusione della Sardegna con l’Italia.

Nel 1847 i sardi hanno voluto la Fusione Perfetta con la speranza di averne un beneficio per il loro popolo, ciò non è mai avvenuto, come Cavour, tutti i capi di governo italiani che si sono succeduti, hanno mortificato ed ingannato i sardi.

Così come i sardi hanno esercitato la sovranità per chiedere la Fusione Perfetta nel 1847, preso atto che la scelta non ha conseguito gli obiettivi, possono oggi, con la stessa sovranità, sciogliere la Fusione, riappropriarsi delle loro prerogative e chiedere un patto direttamente con l’Europa.

2)       Si rivendica la sovranità piena ed il diritto all’indipendenza, per cui sono inderogabili i seguenti assunti;

–          La nazione sarda è un’altra nazione rispetto a quella italiana, in questo senso è già indipendente dalla nazione italiana. E’ l’indipendenza statuale che manca ai sardi.

–          Lo status di Nazione è oggettivo, non può nascere dalla concessione dello stato che tiene la dominazione del popolo oppresso.

–          Un rapporto pattizio con l’Italia è possibile solo in stato di parità e dunque tra stati. Qualunque altra forma di patto sarebbe una riverniciatura della dipendenza.

–          L’italianità è incompatibile con la cultura, l’economia, la civiltà e la dignità del popolo sardo, ne impedisce la soggettività politica ed economica in Europa e nel Mondo. L’indipendenza statuale della nazione sarda non è solo un diritto ma una necessità, non ci potrà mai essere prosperità senza la piena sovranità.

–          Finché per contare in Europa e nel Mondo sarà necessario essere stato, l’indipendenza statuale della nazione sarda  sarà l’obiettivo irrinunciabile degli indipendentisti.

–          Non esiste più la dimensione minima per essere stato e per la prima volta si apre una nuova strada per l’indipendenza, può essere data da un organismo sopranazionale diverso dallo stato dominante.      

Ed un eventuale statuto deve assolutamente contenere i seguenti concetti;

–          Il riconoscimento ufficiale della Nazione sarda e del suo diritto all’autodeterminazione.

–          La temporaneità e la contingenza della sua appartenenza allo stato italiano.

–          La costrizione all’appartenenza allo stato italiano derivata da conquiste e repressioni.

–          La volontà di entrare in Europa con una propria soggettività politica

–          L’assunto che i sardi sono un popolo ed hanno il diritto di decidere del loro destino.

Senza inventare niente di nuovo ma semplicemente con un copia incolla di quanto già deliberato dal consiglio regionale (Mozione di Sovranità del Popolo Sardo, approvata dal Consiglio Regionale il 25 settembre 1998, Legge sulla bandiera nazionale sarda, Istituzione de sa die de sa sardigna, legge sulla Denuclearizzazione e legge 26)  la nuova Carta de Logu potrebbe iniziare in questo modo:

La nazione sarda, che, essendo stata privata di una propria statualità con la forza e con  il genocidio da successive operazioni colonialiste, si trova oggi, involontariamente, a far parte dello stato italiano, afferma il diritto ad essere padrona del proprio futuro e si dichiara sovrana sulla Sardegna, sulle isole adiacenti, sul suo mare territoriale e sulla relativa piattaforma oceanica.

3) Uno statuto di resa e di sudditanza che riconosca lo stato coloniale della Sardegna che contenga;

–          Che il rapporto tra la Sardegna e lo stato italiano è di sudditanza

–          Che la sudditanza è forzata e che l’imposizione della lingua, della scuola , della cultura, dell’apparato giudiziario, dell’ordinamento politico e sociale, dell’esercito, della polizia e di tutte le istituzioni statali italiani, è dovuta a tale stato di sudditanza.

–          Che la nazione sarda accetta lo statuto coloniale perché in condizione di sudditanza imposta da un dominatore più forte ed impedita, al momento, di conquistare la propria indipendenza statuale, alla quale comunque aspira.

b) Superamento della forma Stato

Difficilmente uno stato-nazione ottocentesco, centralista, che fa coincidere lo stato con la nazione, accetterà di perdere parti di quello che considera il “suo” territorio e di quella che considera la “sua “ nazione, unica ed indivisibile.

E’ chiaro che:

Lo stato italiano, come quello francese, spagnolo, belgo ed inglese si opporranno con ogni mezzo, comprese le armi, all’indipendenza delle nazioni che tengono compresse nei loro stati-nazione-prigione.

Ma è altrettanto chiaro che la nazione sarda, quella catalana, quella basca ecc. non possono più rinunciare ad esistere e ad avere una propria individualità in Europa e nel mondo, pena l’umiliazione, l’immiserimento e l’essere sempre di più luogo dove lo stato-prigione impone le servitù più gravose e smaltisce i veleni che genera la sua cultura economica di rapina sfrenata del territorio e delle risorse.

L’indipendenza, è necessaria, per esistere e valorizzare le proprie potenzialità, è necessario che la nazione sarda possa operare libera.

La Sardegna è più Europa che non Italia

Bisogna prendere atto che rispetto al 1848 oggi c’è una novità concreta, esiste l’Europa.

Le differenze, le arroganze, gli interessi, le rivendicazioni territoriali che nell’ambito europeo, si risolvevano spargendo sangue e dissipando risorse nei campi di battaglia, oggi si risolvono intorno ad un tavolo di trattative e di confronto sovra-confini dei singoli stati ma inter-confini della condivisione “Europa”.

Perché non portare la rivendicazione delle nazioni senza stato, europee, nella stessa dimensione?

Perché, per argomento di oggi AUTONOMIA, FEDERALISMO, SOVRANITA’ si deve parlare per forza di ricontrattazione tra la Sardegna e l’Italia e non portare invece la questione sarda, fuori dalla dimensione “confini” e portarla nella dimensione “sovra-confini”.

Anche se non si tratta di una contrattazione tra stati, è comunque ad essa assimilabile, considerato che alla base dell’attuale appartenenza della Sardegna allo stato italiano c’è un esercizio di sovranità da parte dei sardi, che hanno chiesto ed ottenuto un contratto di fusione perfetta a condizione.

La condizione, accettata con Biglietto Reggio nel 1847 è venuta meno e siccome la richiedente della condizione è la Sardegna, essa ha unilateralmente il diritto di sciogliere il patto.

E’ scontato che lo stato italiano, che ha il coltello dalla parte del manico, si opporrà allo scioglimento del patto ed alla rinuncia della sua competenza sulla Sardegna, che ormai considera, senza nessun titolo o diritto, proprio territorio nazionale.

Necessariamente, non potendo e non essendo adeguato all’attualità europea, non si potrà risolvere il confronto nei campi di battaglia, ma come si è fatto per gli stati-nazione anche le questioni che riguardano le nazioni senza stato dovranno diventare ordine del giorno dell’Europa e dei suoi organi collegiali e decisionali.

Cosa ne può derivare?

– Nascita di nuovi stati-nazione.

E’ difficile che si arrivi alla nascita di nuovi stati nazione, anche se gli stati del  Kossovo e del Montenegro, che solo avantieri erano impensabili, oggi sono una realtà, europea.

In Italia manca l’occasione storica che si è verificata in Iugoslavia, ma quando lo scontro che c’è attualmente, tra regioni e stato, per nullità ed impotenza dello stato, si trasformerà in scontro tra regioni il legame “nazionale” che oggi le unisce, si mostrerà effimero, inventato e inconsistente rispetto agli interessi locali che entreranno in gioco.

La coperta tricolore sarà corta, sarà di nessuno o di una nuova repubblica di Salò.

Lo scontro non sarà cruento ma ci sarà, sarà una contingenza storica alla quale i sardi si dovranno preparare.

– Una nuova soggettività politica – Le “Regioni d’Europa”

Come detto sarà difficile che anche con il verificarsi della detta contingenza si arrivi allo stato-nazione sardo sul modello degli attuali stati nazione.

E’ molto più probabile che nasca una nuova forma di soggettività politica.

Una soggettività politica indipendente e sovrana sul proprio territorio nazionale, che nel legiferare risponda solo alla soprastruttura europea e che deleghi all’Europa ciò che gli stati federati delegano allo stato federale, come nel modello americano.

Titolo 2.  – Modello di sviluppo

2.1 – Modello di sviluppo coloniale in Sardegna 

Parlare di modello di sviluppo o modello socioeconomico, non è semplice quando si vive in una nazione dipendente e tutto l’immaginario collettivo, compreso il nostro sentidu, è permeato di messaggi provenienti da fonti strettamente legate ed organiche a chi vuole legare il concetto di viluppo a valori di tipo quantitativo ed economico e nasconderne invece i valori sociali e politici.

Una cosa è, infatti, intendere lo sviluppo come mera accumulazione o come solo incremento quantitativo; altra cosa è intenderlo come processo conglobante a più dimensioni, dove la dimensione economica e quantitativa non è disturbata da tale processo ma è da esso integrata e posta in armonia con l’interno e l’esterno della società interessata.

Se, nel processo, nonostante il sicuro fallimento si porta comunque avanti l’imposizione di un modello di sviluppo estraneo ai contesti sociali e storici, significa che gli obiettivi che ci si propone non sono di tipo quantitativo ed economico ma unicamente di tipo sociale, politico e culturale.

Assolutamente improprio appare, dunque, il parlare di corrette politiche sociali, corrette per chì ?, per quale funzione per quali obiettivi ?

Lo sviluppo e le politiche sociali si presentano, dunque, come processi, la cui sede elaborativa non può essere che la realtà stessa che li produce , in rapporto alla propria cultura, al tipo di civiltà ed alle sue specifiche necessità storiche e del momento.

In Sardegna invece, si è imposta la rottura con il contesto preesistente, per impedire la continuità, si è usato il modello di sviluppo come arma economica e politica, per creare nuovi mercati e nuovi territori dove rapinare le risorse e smaltire i veleni prodotti dal modello unico.

La continuità, non può essere permessa, è nemica del modello unico, ammette più stili di vitapiù modi di essere permette la sopravvivenza, l’evoluzione e il rafforzamento di altri modelli di sviluppo in aderenza con le modalità del sentire e del riconoscersi di altre culture di altre civiltà, le quali potrebbero mettere in crisi il sistema di globalizzazione imperialistica e sostituirla con una globalizzazione solidaristica e altruistica tra individui e tra popoli.

Uno studioso del settore (Ignacy Sachs ) afferma che lo sviluppo si rivela come “ Una partita animata da una forte ostilità tra la società civile, da una parte, e la coalizione stato-forze del mercato dall’altra che non può che finire, inevitabilmente nel cattivo sviluppo”. In Sardegna il risultato non può essere che peggiore perché alla coalizione stato-forze del mercato si aggiunge la borghesia comporadora o borghesia notarile ( secondo la definizione di A. Merler ) che con le sue componenti, politiche, sindacali, funzionariali, di intellettuali organici e di piccoli capitalisti suta mesa, servono messa allo stato italiano nella “funzione” che ha l’unico scopo di impedire un vero sviluppo autocentrato e perpetuare la precarietà e l’assistenzialismo.

Tutto ciò che disturba la celebrazione dell’imposizione sacramentale del modello unico, viene indicato come un atteggiamento negativo di condizionamento culturale dello sviluppo, di resistenza al cambiamento, al cambiamento portato da fuori per portare il benessere  in una società dove la cultura locale produce il malessere  .

Secondo il loro sviluppo, l’elemento culturale è resistenza al progresso, è negatività, è un anticorpo da estirpare, la sua carica di ribellione al nuovo benessere è pericolosa, è strumento di discernimento, di autotutela,  di coscienza, di produzione di nuova cultura non nazionale e potrebbe addirittura trasformare il malessere banditizzabile in rivolta anticoloniale esplicita.

Non poteva essere altrimenti per un modello di sviluppo che nasce da una sintesi capitalistico-marxista che pone in primo piano i diritti di classe dell’individuo ( salario, alimentazione, casa etc.) e non solo trascura i diritti sociali, culturali e di popolo ma li comprime perché, secondo loro, contrari all’internazionalismo capitalista e a quello proletario.

E’ in questo contesto che l’industrializzazione selvaggia della Sardegna ha trovato, negli anni 60-70, borghesia comporadora, sinistra parlamentare e gruppi extraparlamentari comunisti, uniti nella lotta per sostituire i pastori ed i contadini con la classe operaia.

Non è sicuramente facile trovare punti di saldatura ideologici e strategici tra stato-nazione, capitalismo e socialcomunismo, in Sardegna ciò è avvenuto e ha prodotto la devastante esperienza dell’industrializzazione selvaggia che nel giro di 30 anni ha permesso alla dominazione italiana di fare più danni di 500 anni di qualsiasi altra dominazione che la Sardegna abbia subito.

E’ stata la concomitanza ideologica tra stato italiano e politica italiana che ha dato potenza all’operazione sviluppo, la realtà sarda era diversa, non era adatta allo stato perché non integrata nella nazione italiana ma non era adatta neanche alle griglie di interpretazione e di controllo sociale del clientelismo democristiano e dell’intruppamento politico dei sindacati e dei partiti di sinistra italiani.

Era necessario anzi tagliare l’erba sotto i piedi ad organizzazioni e partiti che rivendicavano ai sardi la sovranità sulle loro risorse e sul loro territorio, essi operavano sul tessuto sociale che li aveva espressi, erano pesci nella loro acqua e dunque pericolosi.

La santa alleanza aveva in quel momento la necessità di convincere i sardi che lo sviluppo possibile era solo quello industriale e che qualsiasi altra forma sarebbe stata causa di arretratezza e sottosviluppo.

Serviva, una classe sociale di intermediazione che, con la promessa di lasciargli raccogliere le briccone che cadevano dal tavolo italiano, intermediasse la rottura sociale mascherandola come conquista di giuste rivendicazioni.

Come in tutte le colonie, notabili, professionisti, piccoli imprenditori, intellettuali sradicati, politicanti e ascari di vario tipo hanno occupato subito il suta mesa e a hanno dato forma moderna e organizzata a quella che noi anticolonialisti abbiamo sempre chiamato borghesia comporadora.

Nascono, quindi, in Sardegna delle vere e proprie agenzie della dipendenza, momenti organizzativi, istituzionali, produttivi ed ideologici, interni al contesto dipendente, finalizzati a garantire il funzionamento della dipendenza e l’accettazione del modello di sviluppo dipendente. La collaborazione tra le agenzie e la santa alleanza è subito solida e fattiva. La borghesia comporadora ha immediatamente capito che deve la sua nascita alla dipendenza e che solo perpetuando la dipendenza può continuare ad esistere, prosperare e raccogliere le briciole del suta mesa.

A nessuno degli attori  interessa che il modello di sviluppo funzioni, anzi tutti sanno che riusciranno a fare più bottino se permane la precarietà e la miseria, sarà più facile il clientelismo, gli intellettuali organici faranno entrare di forza la Sardegna nel meridione italiano, i partiti ed sindacati potranno organizzare maestose manifestazioni con operai intruppati a seconda del colore del berrettino ed i rivoluzionari potranno inveire e fare scritte contro i loro alleati capitalisti.

L’efficenza del modello non è importante, anzi è l’inefficienza a diventare valore positivo specialmente per la borghesia comporadora la quale, per sua funzione, nulla deve fare per la riuscita del processo di sviluppo ma massima efficacia deve dimostrare nell’intermediazione della sudditanza.

La santa alleanza è consapevole che la sua esistenza e i suoi privilegi sono legati al permanere della miseria e che tale condizione permane, nelle realtà assistite, solo se i processi economici da produttori di beni e servizi si trasformano in produttori e distributori di assistenza, da drenare e rapinare dai beni della stessa realtà assistita, la quale non deve neanche sapere di possederli.

In questo modo, in una sorta di circolarità perversa, è la stessa realtà assistita che alimenta l’assistenzialismo, rende fattiva la dipendenza verso l’esterno e alimenta la classe sociale (borghesia comporadora ) che la rende possibile e la stabilizza.

Le realtà assistite e dipendenti, anche se sotto cappa del narcotico assistenzialista, in particolare quella sarda insofferente delle vecchie e nuove sudditanze, mal sopportano il giogo della dipendenza, dello sradicamento culturale e della rapina delle loro risorse ed anche se costrette a stare dentro il processo, quando non vedono arrivare i risultati promessi, provano sussulti di ribellione che si manifestano in rivendicazioni di sovranità, di autodecisione e di difesa dei diritti delle classi più disagiate.

E’ in questi momenti, che si dimostra essenziale ed insostituibile la funzione della borghesia comporadora, meritevole delle briciole suta mesa. Tutte le sue componenti, politiche, sociali e sindacali dovranno assolvere la loro parte di funzione per ripristinare la cappa di narcotico e dissolvere la ribellione dando finte concessioni o incanalandola in lotte diluitive  dei diritti rivendicati.

Sollevato il sipario del teatrino della funzione, per dare risposta al bisogno di sovranità, alcuni attori sono subito autonomisti e difensori italianofoni della lingua e della cultura sarda, altri diventano duri organizzatori di operai perennemente in prelicenziamento e ad altri ancora indossata la maglietta di Che Guevara organizzano gli oppressi sardi nelle lotte di liberazione dei popoli, palestinese, curdo, basco, sandino etc e contro ogni forma di imperialismo, purché lontana.

La borghesia comporadora non è dunque una componente della realtà dipendente è una forma dello stato assunta in Sardegna, è un apparato dello stato, è una longa manus innervata dallo stato, che fa parte del corpo italiano. Le dita di quella mano non sono solo le prefetture, le polizie e  le istituzioni statali(scuola etc.), sono principalmente, i patronati, le cooperative, i servizi sociali, le amministrazioni di enti pubblici e di aziende, le organizzazioni per il tempo libero, per la salute, per la cultura, per la formazione professionale, per l’informazione,  sono gli organi d’informazione, i sindacati ed i partiti, senza distinzione di schieramento, compresi quelli della sinistra radicale, tutti sono innervati dalle centrali decisionali italiane, le quali sono organiche alla loro nazione e non certo alla nazione sarda.

La borghesia comporadora, è una forma dello stato e per lo stato lavora usando anche fattori culturali, istituzioni sociali e giuridiche preesistenti e persino tendenze sardiste ed indipendentiste, fino ad un completo trapianto di contenuti e di motivazioni, dando però la parvenza della continuità con quegli elementi già radicati nella realtà dipendente.

( Le parole d’ordine e le insegne, i ritmi, gli inni del sardismo cadono in mano ai nuovi piemontesi e nessuno si stupisce che in nuovi feudatari celebrano i loro trionfi  sotto il nuraghe Losa cantando l’inno composto da I. Mannu,  proprio contro i feudatari)

In alcuni casi la borghesia comporadora, riesce ad inglobare anche giovani intellettuali sardi, che allattati dai professoroni delle università continentali, riempiono libri di analisi demolitrici di tutto ciò che della resistenzialità sarda non entra nelle categorie di pensiero che la formazione italiana del loro cervello ha inculcato. La santa alleanza ha bisogno di questi intellettuali, che dotati di strumenti di analisi e di codici linguistici complessi, ispantant sos sardos, con paroloni roboanti sull’indipendenza, sulla libertà  e inserendosi in realtà resistenziali già operanti ne provocano la frantumazione insinuandovi il settarismo ed il purismo sacerdotale.

Con la loro azione elaborativa ed organizzativa, in sintonia non concordata, ma comunque in effettiva sinergia, con la Santa Alleanza , alla rottura della continuità socioeconomica, creata dall’imposizione del modello di sviluppo della dipendenza, aggiungono la rottura della continuità storica della resistenzialità sarda. Con un processo valoritivo assolutamente simile a quello applicato per imporre il nuovo modello di sviluppo, essi associano un valore negativo e di condanna alla resistenzialità storica ed uno valore positivo  al loro nuovo modello di resistenzialità, in netta rottura e discontinuità con il preesistente.

Talvolta la santa alleanza usa anche il metodo della folclorizzazione, servendosi dei suoi mas media riesce a spostare l’indipendentismo dal serio al colore e lo fa diventare un’accattivante ma innocua peculiarità del popolo sardo. Essendo il banditismo una nota di colore in ribasso, qualche forma di indipendentismo si presta bene per sostituirlo.

2.1.a  – Dietro lo scudo dell’incapacità il fallimento degli obiettivi come obiettivo.  

Il mancato conseguimento degli obiettivi dichiarati, non è dovuto all’incapacità dell’elite comporadora, è anzi esattamente il contrario, l’espletamento della sua funzione richiede, da parte di chi la esercita, notevole perspicacia, intelligenza, assiduità di rapporto e capacità di previsione e di adattamento alla mutevolezza delle situazioni.

I governi che si sono succeduti in Sardegna e che non hanno conseguito nessuno degli obiettivi da loro dichiarati, non erano formati da uomini e donne incapaci ma da veri e propri specialisti dell’intermediazione della dipendenza, tanto capaci che molti di loro sono stati accolti come liberti a Roma e ritenuti degni di servire un urbe invece che in provincia.

( Presidenti, capi di partito, esponenti di governo )

Altro compito della borghesia comporadora è quello di garantire la permanenza della dipendenza, aggiornandone via la veste anche facendo proprie e successivamente inertizzando eventuali rivendicazioni avanzate dalla parte ribelle della realtà dipendente.

Rientra pienamente in questa metamorfosi la proposta del cosiddetto Partito dei Sardi e quella di regionalizzazione del PD.

2.1.b – Sviluppo proponibile   

Lo sviluppo proponibile per la Sardegna non è quello della dipendenza ma quello il più possibile coerente con le esigenze, la salvaguardia e gli interessi del territorio e della sua gente. Il processo si deve dirigere verso una forma di sviluppo endogeno, con tecnologie appropriate alla situazione, rispettoso dei fatti ambientali e culturali, in grado di riconoscere le risorse, creare propri modelli e valorizzare la propria creatività.

Lo sviluppo non può che essere figlio della civiltà di ogni popolo, intendendo per civiltà quel complesso di interrelazioni che l’antropizzazione ha saputo stabilire con l’habitat che lo circonda e che lo alimenta, con i propri simili, con il proprio pensare e con il proprio mondo immaginario e religioso.

Il popolo sardo ha una propria civiltà, che non è ne migliore ne peggiore delle altre, ma è la sua e solo se il modello di sviluppo avrà genesi da quella civiltà, potrà portare lavoro, benessere e capacità di elaborare modelli e mezzi, per entrare nel consesso europeo e mondiale con una propria soggettività e dignità.

E’ inutile continuare a copiare modelli estranei o continuare a pensarci incapaci e piccoli, gli altri non ci lasceranno crescere, (il perché lo abbiamo chiarito), tocca a noi decidere del nostro sviluppo e delle nostre risorse.

Bisogna riannodare i fili della continuità, spostare il modello di sviluppo della dipendenza dall’attualità al passato, dal presente alla storia è il momento di chiudere il libro della dominazione italiana e riporlo nello scafale insieme ai volumi sulle altre dominazioni.

Altri soggetti devono prendere il posto degli attuali gruppi dirigenti, perché essi  non saranno mai disponibili a dirigere un processo che introduca la continuità con la nostra civiltà, sono nati per un’altra funzione e bisogna spazzarli via.

La nostra civiltà ed il nostro territorio ha tutti i numeri, in risorse, in modelli di vita ed in posizione geografica per reggere l’impatto con la globalizzazione e con il mercato, anche continuando ad applicare modelli di economia dolce e non frenetica e distruttiva di ambiente e risorse.

La Sardegna, possiede beni ambientali che altri non hanno, può produrre e vendere beni che altri non possono produrre, può dimostrare che la sua civiltà non solo è in grado di portare felicità al popolo sardo ma può anche servire come esempio a chi ha costruito civiltà nevrotiche e distruttive.

Abbiamo le ali ma non possiamo volare, sulle macerie delle cattedrali nel deserto si vogliono impiantare altri mostri, altri leviatani, per creare altro deserto, per avvelenare ulteriormente il nostro territorio, i nostri bambini, la nostra esistenza. (Fumi di acciaieria, Termovalorizzatori, basi militari, minaccia nucleare, imposizione di radar …… ).

Nessun modello di sviluppo potrà dare risultati se non si riuscirà a rompere la santa alleanza, è quella la classe da combattere, ma non in quanto capitalista o di destra ma in quanto classe intermediaria della dipendenza.

Bisogna combatterla in tutte le sue componenti, sociali, affaristiche, partitiche e sindacali ed a combatterla devono essere tutti i sardi che subiscono la loro oppressione, senza distinzione di classe, di sesso, di fede politica o religiosa.

La borghesia comporadora, in Sardegna è lo stato, non sarà possibile togliergli il potere e la funzione finché non si mette in discussione, lo stato. Lo stato italiano è un impedimento non più sopportabile per i sardi, impedisce lo sviluppo e la prosperità del popolo sardo.

Rimuovere la borghesia comporadora significa rimuovere lo stato.

Conclusione scontata per un indipendentista, ma ci sono altre soluzioni ?, quali ? oltre quella dell’indipendenza.

L’indipendenza è ormai una condizione indispensabile per il popolo sardo, se vuole salvare il proprio territorio le proprie risorse e non essere uno dei primi ad essere sacrificato sull’altare dello sviluppo degli altri.

Il popolo sardo, non può ulteriormente sopportare la sudditanza, deve uscire dalla dipendenza, deve trovare al suo interno una classe liberadora , organica alla nazione sarda che si contrapponga alla classe comporadora e guidi i sardi verso uno stato indipendente dall’Italia, integrato in Europa e nel mediterraneo.

Chi deve fare parte della classe liberadora ?

La Classe Liberadora  è la parte più avanzata e consapevole del popolo sardo, senza distinzione di altro tipo che non sia quella della organicità agli interessi della nazione sarda.

Definizione molto semplice quella data di “Classe Liberadora” ma è necessario verificare il tasso di “organicità alla nazione sarda” delle classi sociali che compongono il popolo sardo, individuarne ruoli e funzioni piuttosto che solo la posizione economica.

2.1.c – Le classi in Sardegna

Non c’è dubbio che anche in Sardegna, come in tutte le collettività similari, siano presenti forti “discriminazioni di classe” tra una classe privilegiata (uso questo termine invece che capitalista perché ritengo che gli stati di discriminazione sociale non siano dovuti solo al capitalismo) ed una discriminata, anche se ambedue  in sudditanza.

 La classe privilegiata è ovviamente quella che, per la sua posizione sociale, economica e  specialmente per la sua funzione, aumenta la sua prosperità detraendo risorse dal sociale ed impoverendo le classi più deboli. Non è facile trovare dei parametri oggettivi per individuare con certezza le classi in Sardegna. Se ci basassimo sulla teoria marxista, sul reddito dal possesso di capitale proprio, dovremmo mettere tra i  privilegiati anche i pastori, gli artigiani, i contadini e tutti i professionisti, rimarrebbero fuori i salariati e tra essi anche i parlamentari, consiglieri e assessori regionali, i magistrati, i presidenti di enti, gli alti funzionari statali e regionali. Se dovessimo fare la classificazione in base alle entrate finanziarie ed al tenore di vita scopriremo che nella classe privilegiata entrerebbero in massa gran parte di quei salariati citati precedentemente e nella classe dei discriminati andrebbero a cadere molti artigiani, pastori e anche qualche professionista. Scopriremo che in Sardegna esiste una oligarchia economica strettamente interconnessa con la politica ed in particolare con i partiti e i sindacati italiani che “concertano” la rotazione delle poltrone da 10.000 Euro, le concessioni, le convenzioni, le consulenze, le presidenze, i consigli di amministrazione, le leggi ad oc e quanto altro serva per assicurare risorse ad una classe che più che capitalista è feudale e che per mantenere il potere per conto dello stato italiano non solo si è creata una corte di valvassori e valvassini ma è riuscita ad applicare la sussidiarietà alla corruzione fino a coinvolgere nella complicità anche i servi della gleba.

Un sistema complesso quello della classe privilegiata in Sardegna, non facilmente interpretabile con le griglie dello scontro di classe, organico alla tutela degli interessi italiani in Sardegna e dunque più “Borghesia Comporadora” che borghesia capitalista.

Complesso anche perché non è ne di destra ne di sinistra in quanto la genesi dei privilegi non è nell’ideologia o nella difesa del capitale ma nella funzione politica e sociale che devono svolgere per perpetuare la sudditanza dei sardi e in questa funzione poco importa l’essere di destra o di sinistra. E’ un sistema che, non potendo andare contro il capitalismo di stato, parastatale o privato perché esso stesso parte funzionale dello stato, non organizza gli operai discriminati e rimasti senza lavoro, li trasforma in servi della gleba facendoli entrare nel feudo inventando cantieri, progetti, parchi e parcheggi improduttivi economicamente ma utili per il controllo sociale.

Se è almeno in parte vero quanto detto, la lotta di classe, interna, in Sardegna è la lotta anticolonialista, contro i nuovi barones che non solo fanno i caddos de istalla ma fanno pagare ai sardi le decime allo stato italiano facendo credere loro di essere, da esso, assistiti invece che rapinati.

Non si vuole naturalmente negare che anche in Sardegna esista l’impresa capitalista autoctona non statale che basa i suoi profitti sul lavoro dei dipendenti, esiste ma non è determinante, vive all’ombra dei nuovi baroni e non ha la forza per proporsi in alternativa ad essi. Per fermare la ribellione alla sudditanza hanno messo insieme comunismo e capitalismo organico all’Italia, dimostrando che l’indottrinamento di classe, usato per creare divisioni nel nazionalismo è per loro aria fritta quando è in pericolo il sistema di potere che li allatta e li giustifica.

Bisogna che il nazionalismo sardo prenda atto che la madre di gran parte delle discriminazioni all’interno della società sarda dipendono da un sistema economico-politico organico al colonialismo italiano non capitalistico ma sussidiario a tutte le classi sociali sarde e che imponendo l’aspetto di classe alla lotta di liberazione nazionale si rischia di non riuscire ad individuare la classe contro la quale lottare ma anche di fare il gioco della vera controparte ed essere da essa diretti e orientati.

Se vogliamo dare una speranza di riscatto al nostro popolo l’indipendentismo ha il dovere di costruire lo strumento più adatto per liberarci dalla sudditanza all’ultimo invasore della nostra terra, uno strumento che sia in grado di raccogliere e sommare i diversi gradi di ribellione del popolo sardo tenendo presente che si vuole costruire uno stato sardo indipendente e progressista, basato sull’equità sociale, religiosa, sessuale ed ideologica.

Bisogna allora contrapporre alla classe comporadora  una classe liberadora sussidiaria a tutti i ceti sociali ed organica alla realtà sarda.

E’ questa la vera contrapposizione di classi in Sardegna.

Se non si vince questa di lotta di classe non potremo mai vincere l’altra di lotta di classe, quella sociale, in quanto le discriminazioni sociali permarranno comunque perché causate principalmente  dalla dipendenza e da un modello di sviluppo imposto.

Titolo 3 – Lo Stato e forme di soggettività politica .

3.1 – Ordinamento di una futura soggettività politica Sarda .                                                                                    

Quale stato e quale tipo di ordinamento sociale si propone l’indipendentismo ?

Chi combatte per liberare il proprio popolo da una sudditanza combatte per un ideale di libertà, per un mondo di popoli liberi basato sull’eguaglianza e non sulla discriminazione e l’imperialismo, è contro ogni tipo di oppressione e quindi anche contro quella sociale.

L’indipendentismo è di fatto contro l’imperialismo, il liberismo e la cosiddetta globalizzazione, nuove forme di un sistema capitalista, ne attacca i capisaldi, che sono gli stati-nazione, ne mette in forse la struttura e la funzionalità.

Lo stato-nazione ha ormai perso il suo compito di organizzatore sociale del proprio popolo, ( stato sociale) si è trasformato in stato della sicurezza ( ordine, sicurezza dei cittadini, pace/pax), allo scopo di difendere il mercato ed alcuni settori della società da possibili attacchi dei settori sfavoriti e dei popoli oppressi.

La soggettività ( stato o forse meglio Zudicadu) che vogliamo per la Sardegna indipendente non è una copia degli attuali stato-nazione, nasce dalla lotta contro un sistema e di quel sistema non potrà mai farne parte.

Per l’ordinamento sociale del nostro popolo, faremo tesoro della nostra storia e della nostra cultura, alla base di esso sarà l’uguaglianza dei diritti, le pari opportunità, la tutela dei deboli ed uno stato sociale in grado di assicurare i servizi, il lavoro, la casa, l’istruzione ed un tenore di vita il migliore possibile.

Questo tipo di società bisogna prepararla e il nostro impegno in quel senso deve essere altrettanto intenso ed assiduo quanto quello per l’indipendenza, senza stabilire priorità nell’impegno ma consapevoli che senza l’indipendenza mai saremo attori del nostro ordinamento sociale.

PROGETTO POLITICO

PER LA LOTTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE DELLA NAZIONE SARDA.

La liberazione nazionale sarda e quella degli altri popoli in sudditanza

sono questioni politiche e politicamente vanno risolte .

L’interdipendenza tra nazioni, stati-nazione, nazioni senza stato, economia e geopolitica rende il problema estremamente complesso; il progetto politico di liberazione nazionale del nostro popolo deve assolutamente tenerne conto ed uscire dal ristretto ambito di scontro con lo stato italiano ed avere almeno un respiro europeo.

E’ inutile illudersi che lo stato italiano possa concedere ai sardi qualcosa di diverso dalla dipendenza. Una contrattazione bilaterale tra una nazione senza stato e uno stato-nazione non porterà mai alla soggettività della nazione impedita. Difficilmente gli stati-nazione come l’Italia, la Francia, la Spagna e l’Inghilterra cederanno alle pressioni, anche armate, esercitate dalle lotte di liberazione nazionale delle nazioni senza stato. 

Come già detto in premessa, è necessario prendere atto della novità Europa, metterla di fronte alle proprie responsabilità e costringerla a trattare la questione delle nazioni in sudditanza fuori dai confini degli stati nazione e portarla nella dimensione “sovra-confini”  e dargli lo stesso status diplomatico di una questione tra stati membri.

Le nostre questioni nazionali sono questioni politiche e politicamente vanno risolte .

Gli stati nazione che ci tengono in sudditanza devono essere obbligati a riconoscere l’esistenza e la soggettività delle nostre nazioni, devono riconoscere che la loro presenza nei nostri territori nazionali è una chiara dominazione coloniale intollerabile se si vuole costruire un’Europa di popoli liberi e non di stati carcerieri e di nazioni carcerate.

Il nostro progetto politico deve dunque porsi due finalità importanti, portare verso la soluzione indipendentista parti sempre più rilevanti del popolo sardo e nel contempo creare le condizioni internazionali, in particolare europee, che favoriscano e rendano possibile l’indipendenza della nazione sarda.

Impegno internazionale del movimento Sardigna Natzione Indipendentzia

Convinti che la vera partita per l’indipendenza della Sardegna sia da giocarsi più in Europa che in Italia, ne consegue l’assoluta necessità di porre in atto un processo comune a tutte le nazioni senza stato, d’Europa, formare un fronte unito di contrattazione indisponibile ad accettare soluzioni minimali che ripropongano forme simili alle cosiddette  “Autonomie”, speciali o meno, o federalismi calati dall’alto .

Convinti anche che i risultati della contrattazione dipendano molto dal peso contrattuale che si riesce a mettere in campo se ne deduce che un fronte formato solamente dai nazionalisti indipendentisti delle nazioni senza stato sarebbe assolutamente insufficiente e facile da isolare costringendolo nella comoda, per loro, categoria del terrorismo.

E’ necessario dunque coinvolgere in unico fronte  multinazionale sia il nazionalismo autonomista che quello indipendentista e allo stesso tempo rafforzare la componente indipendentista per evitare che nel fronte prevalgano soluzioni minimali o parziali.

Modi e mezzi.

–          Rafforzare la nostra presenza all’interno della CONSEU, ( Conferenza Delle Nazioni Senza Stato ) per farne il luogo di unione di tutto il nazionalismo autonomista ed indipendentista delle nazioni senza stato d’Europa. Solo la CONSEU è in grado di superare le differenze ideologiche, politiche e strategiche che caratterizzano le diverse espressioni politiche e culturali nelle quali si è organizzato il nazionalismo dei popoli in sudditanza. La  CONSEU PUO’ ESSERE UN VALIDO INTERLOCUTORE tra le nazioni senza stato e l’Europa.

–          Puntare, come stanno facendo gli indipendentisti catalani del SI e quelli corsi di CORSICA LIBERA, a far parte dell’ALE ( Associazione Libera Europa ), composta da nazionalisti ,indipendentisti, autonomisti e moderati, che fa parte della CONSEU e ha un gruppo parlamentare nel Parlamento Europeo,

–          Al fine di portare avanti le suddette iniziative internazionali S.N. si doterà di un’adeguata commissione internazionale in stretto rapporto con la direzione del movimento.

–          Rafforzare la presenza di SNI nell’associazione culturale europea MARE NOSTRUM  e farsi propositori e attori di iniziative a livello europeo, oltre che nazionale.

–          Organizzare in Sardegna un evento, a scadenza annuale o biennale, simile a “le giornate di Corte”. 

        –         Seguire gli avvenimenti internazionali come è stato fatto negli anni precedenti a Nizza, a Genova, a Bologna e a Barcellona, per rivendicare un’Europa diversa e manifestare contro tutte le forme di imperialismo.                             

 Tre sono dunque gli obiettivi da conseguire e due sono i livelli dove dobbiamo intervenire;

Primo livello, SNI

–          Rafforzare SNI raccogliendo il frutto del lavoro politico fatto con le innumerevoli iniziative  che SNI ha portato avanti da protagonista, secondo un programma politico tendente a colpire il colonialismo nelle sue strutture portanti e a essere interprete puntuale delle insofferenze del proprio popolo. No ultima quella del referendum contro il nucleare in Sardegna dove SNI ha mostrato tempestività d’iniziativa, capacità organizzative e di coinvolgimento portando, per la prima volta nella storia del popolo sardo, tutta la nazione ad esercitare un chiaro atto di sovranità sul proprio territorio nazionale e sul proprio futuro. Dobbiamo rendere evidente la nostra coerenza, la nostra onestà, il nostro impegno e la nostra costanza nel dare priorità agli avanzamenti nazionali, piuttosto che di partito e men che meno a quelli personali.

Secondo livello, condivisione

–          Individuare e distinguere tre ambiti d’intervento in condivisione nei quali operare; l’ambito o logu indipendentista, quello nazionalista e quello nazionale.

o    Nell’ambito o logu indipendenta SNI sta insieme e fa insieme, con forma da stabilire, ad altre forze chiaramente indipendentiste serie, si dovranno individuare i punti di rottura da creare con lo stato coloniale,  gli obiettivi da conseguire e specialmente le forme di lotta per conseguirli. In questo ambito la nostra azione non sarà contrattabile e mediabile con chi non è indipendentista. I punti di rottura verranno individuati in condivisione interna all’ambito e potranno riguardare tra gli altri , i simboli, i tribunali, le leggi, la lingua, le cariche istituzionali, le azioni repressive …… dello stato colonialista italiano.

o    Nell’ambito o logu nazionalista, che non è altro che la Casa Comune dei Sardi progettata dal padre della Patria Angelo Caria, saremo insieme a tutte quelle realtà che hanno genesi e organicità chiaramente ed esclusivamente sarda e che non hanno nessuna dipendenza da organizzazioni omologhe presenti in Italia. L’ambito è aperto anche ai singoli nazionalisti che pur non essendo ancora indipendentisti non si riconoscono in nessuno dei partiti o dei sindacati stranieri italiani.  Possibili campi d’intervento potranno essere, modello di sviluppo, lingua, cultura, legge elettorale, statuto, entrate fiscali, servitù militari, servitù di cava, servitù  di smaltimento, trasporti, energia ed altro. (Annanta Ambioto o Logu Nazionalista)

o     Nell’ambito o logu nazionale, che è costituito da tutta la nazione sarda senza nessuna discriminante ideologica o confessionale, ci muoveremo come promotori e attori di iniziative che chiamino tutti i sardi ad esercitare sovranità collettiva in quanto parte di un’unica entità nazionale che ha il diritto di sovranità sul proprio territorio, sul proprio  vivere e sul proprio futuro. In questo ambito rientra l’impegno di SNI nelle esposizioni collettive dove si esprime il disaggio dei Pastori, degli agricoltori, degli artigiani, delle partite IVA in genere e naturalmente degli operai che stanno pagando, con le loro famiglie, il disastro del modello di sviluppo che stato coloniale e Borghesia Comporadora hanno imposto alla Sardegna.  Altri possibili campi d’intervento saranno, il diritto di sovranità nazionale, la lotta contro le servitù presenti e future, la rappresentatività internazionale, le entrate fiscali, i diritti primari. i danni e le servitù imposte al territorio, la salute dei cittadini e dl territorio.

In tutti e due i casi non si deve trattare di alleanze politiche, di fusioni, di federazioni partitiche, ma di nuove forme di coinvolgimento di tipo aperto che evitando di mortificare le particolarità sfrutti al massimo le sinergie possibili.

I campi d’intervento dei vari ambiti non si intendono di competenza esclusiva ma sono indicati come relativi spazi di condivisione possibile. Se la condivisione relativa non sarà possibile, l’ambito indipendentista o anche SNI da sola hanno il dovere di intervenire.

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 PROGRAMMA POLITICO IN SUDDITANZA

VERTENZA CON LO STATO

– Risarcimento dei danni causati alla Sardegna

Risarcimento, da parte dello stato italiano, dei danni economico-sociali causati al popolo ed al territorio della Sardegna dovuti: Alla negazione della lingua, della cultura e della storia del popolo sardo, all’imposizione di una scuola acculturante e italianizzante, all’imposizione di un’economia estranea alla civiltà sarda, all’imposizione di basi militari proprie e straniere, alla discriminazione energetica, ai danni causati al territorio e alla salute dei sardi dalla presenza di industrie inquinanti e dalla sperimentazione di armi da guerra contenenti sostanze nocive alla salute, all’imposizione di strutture che danneggiano il paesaggio, alle limitazioni nell’uso del territorio, alla mancata difesa dei prodotti sardi in sede europea e mondiale, alle gravi diseconomie causate dai maggiori costi energetici e dalla inadeguatezza dei trasporti, alla rapina delle materie prime e alla mancata loro verticalizzazione in loco, alla mancata e tempestiva corresponsione delle risorse finanziarie spettanti alla Sardegna in base all’art. 8 dello statuto regionale ed ai danni psicologici fatti ai cittadini sardi facendogli credere di non bastare a se stessi e di ricevere assistenza finanziaria da parte di uno stato che trattiene risorse invece che elargirne.

QUESTIONE NATZIONALE SARDA

– Nuovo statuto di sovranità e soggettività del popolo sardo

Riconoscimento del diritto dei sardi alla ricontrattazione dei rapporti con lo stato italiano per la scrittura di un nuovo statuto che regoli il periodo di transizione verso la forma di autodeterminazione che il popolo sardo sceglierà nell’esercizio del diritto all’indipendenza, dove siano sanciti questi principi e diritti fondamentali:

– Il riconoscimento ufficiale della Nazione Sarda e del suo diritto all’indipendenza.

– La temporaneità storica dell’appartenenza allo stato italiano.

– La costrizione all’appartenenza allo stato italiano derivata da conquiste e repressioni.

– La volontà di entrare in Europa con una propria soggettività politica.

–  Il diritto ad un referendum popolare per l’indipendenza

Una “Carta de Soverania” che nasca da un’Assemblea Costituente eletta democraticamente da un grande movimento di popolo.

–          Nascita del PARLAMENTO SARDO – Imporremo che l’attuale Consiglio Regionale prenda il nome di “Parlamentu Sardu“ e i consiglieri siano “deputados”, la giunta regionale sia chiamata “Guvernu Sardu” e gli assessori “ministros”.

–          Corpo diplomatico sardo – AMBASCIATE SARDE – In attesa di una piena soggettività politica e statuale della Sardegna ci impegneremo per trasformare le sedi federali degli emigrati sardi all’estero ed in Italia in ambasciate con  veste diplomatica.

COMPETENZE DELLA REGIONE

Rivendicheremo per la Sardegna competenza esclusiva su:

–          Polizia sarda, istituendo una polizia locale diversa da quella  “zustissia” che i sardi non hanno mai accettato in quanto estranea ai propri codici ed imposta da altri.

– Sanità, istituendo una sanità legata al sociale ed al vissuto dei sardi, efficiente e moderna in grado di ridurre al minimo i viaggi della speranza che i pazienti sardi sono costretti a fare. 

– Moneta-Possibilità di stampare moneta in euro con effigi sarde.

– Carceri eTerritorialità della pena

– Competenza esclusiva alla regione sull’applicazione del principio della territorialità della pena, se richiesto esplicitamente richiesto dal condannato.

–  Condizioni carcerarie che garantiscano il rispetto della dignità umana e rifiuto del ruolo di “isola prigione speciale”.

– Chiusura immediata del Centro di prima Accoglienza di Elmas, vero e proprio campo di concentramento per profughi.

– Mare territoriale e pesca- Definizione delle acque territoriali della Sardegna e rivendicazione della piena ed esclusiva sovranità su di esse, al fine di, tutelare l’attività svolta dai pescatori sardi ed evitare che pescatori esterni possano distruggere una delle nostre risorse più importanti e  principalmente per evitare che il nostro mare e le nostre coste siano utilizzati per addestrare eserciti stranieri, non sardi, destinati ad aggredire altri popoli e a mantenere l’occupazione militare della Sardegna.

QUESTIONE RISORSE PRIMARIE

La Sardegna ha risorse, può determinare la propria prosperità.

–  Risorsa siamo noi stessi, il popolo sardo la sua civiltà il suo modo di vivere e di interrelarsi con il proprio abitat, i nostri codici linguistici ed elaborativi che se liberi potrebbero concretizzare modelli socioeconomici adatti alla nostra realtà ed in grado di valorizzare le nostre risorse intellettuali e naturali.

– Risorsa turistica da fruire e tutelare è il nostro meraviglioso territorio nazionale; il mare,  le coste, i boschi, i segni della nostra storia, il paesaggio.

-Risorse sono le nostre matterie prime da cava, sabbie silicee, granito, metalli leghe speciali, caolino, piombo.

– Risorse energetiche sono il nostro sole, il vento e anche il carbone se utilizzato con le giuste tecnologie.

– Risorsa agricola sono i nostri terreni adatti a diversi tipi di coltivazione, olivi, viti, sughere, alberi da frutta, orti, serre e al pascolo per il nostro immenso capitale in bestiame.

– Risorsa è il nostro bestiame ed il latte, la carne e la lana che esso produce.

–  Risorsa è il nostro mare con il pesce e il corallo.

–  Risorsa è l’essere pochi su un territorio immenso, il nostro clima mite e la nostra posizione geografica.

QUESTIONE FISCALE

– Restituzione immediata de s’ISROBU- Ricontratazione della “Vertenza Entrate” per una restituzione immediata e non in misere rate, di quanto lo stato, miliardi di euro, ha rubato dalle risorse fiscali della Sardegna.

Autogoverno fiscale – Per impedire che lo stato italiano continui s’isrobu delle risorse fiscali :

-Istituzione di un vero UFFICIO SARDO DELLE ENTRATE

-Diritti fiscali, su qualunque corrispettivo a persone o merci, comunque corrisposto nel territorio sardo.

-I Modifica della normativa sulle accise sugli idrocarburi, in modo che vengano applicate ed esate alla produzione e non al consumo.

QUESTIONI AMBIENTALI

 Autogoverno del territorio- Competenza esclusiva AI SARDI in materia di ambiente, territorio, beni archeologici e ambientali e restituzione dei tesori archeologici della Sardegna che le sono stati asportati per arricchire musei o collezioni personali d’oltremare.

– Divieto assoluto di importare, smaltire o stoccare in Sardegna scorie, di provenienza esterna, di qualunque tipo e per qualunque uso, anche se camuffate come materie prime.

– Netta opposizione all’uso degli inceneritori per il trattamento rifiuti e impegno per potenziare la raccolta differenziata e fare del rifiuto una risorsa.

– Netta opposizione all’installazione in Sardegna di centrali nucleari, smaltimento o deposito di scorie nucleari  o similari. 

QUESTIONE ECONOMICA

Riconversione industriale- Basta con gli investimenti industriali truffaldini che si propongono di lavorare materie prime qui inesistenti e che generano scorie altamente inquinanti. Sostituzione programmata dell’industria chimica con un settore industriale, opportunamente incentivato e sostenuto, legato alla valorizzazione delle nostre materie prime e delle nostre risorse intellettuali.

– Legge regionale che impedisca, in caso di chiusura, di portare fuori dalla Sardegna qualsiasi bene legato ad industrie finanziate da fondi pubblici, automatica regionalizzazione degli stessi e obbligo al ripristino ed al risanamento ambientale dei luoghi.

 Pastorizia e Agricoltura-

– Introduzione nei trattati economici europei del riconoscimento della Sardegna quale leader nella produzione di latte ovino.

– Introduzione di politiche che favoriscano il consumo dei prodotti locali derivati dall’agricoltura e dall’allevamento.

– Istituzione di un marchio di qualità per i latte ovino e caprino sardo.

– Una decisa scelta per la gestione sostenibile del territorio ( forestazioni, filiere produttive e turismo rurale ).

– Per tutti i prodotti del comparto il loro riconoscimento di prodotti di qualità e dunque di nicchia, da tutelare e da non assoggettare, almeno temporaneamente, alle disposizioni limitative della libera concorrenza imposte dalla Comunità Europea.

Artigianato, commercio- Obbligatorietà della sede fiscale in Sardegna a tutte le aziende che vi operano in base a licenze da essa rilasciate.

–          Valorizzazione ed incentivazione dell’artigianato sardo e tutela del piccolo commercio, anche impedendo l’apertura di ulteriori Centri Commerciali, specialmente se con sede sociale fuori dall’isola.

Credito e non usura- Impediremo che il credito si trasformi in usura, come è successo per i assaio di Decimoputzu e di Terra Segada.

Istituzione una commissione d’inchiesta sulla svendita del Banco di Sardegna.

QUESTIONE ENERGETICA

– Energia rinnovabile a produzione diffusa

–          Costituzione di un sistema di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili che permetta alle famiglie sarde di produrre per se stesse e di vendere il surplus alla rete nella quale potranno trovare occupazione i disoccupati delle industrie in crisi.

– No alla servitù energetica

–          Non consentiremo che la Sardegna produca energia in eccesso per svenderla all’Italia a prezzi più bassi di quelli locali pagandone lo scotto in termini ambientali e paesaggistici.

 – Piano energetico nazionale e ente energetico sardo.

–          Piano energetico di autosufficienza, basato principalmente sulla produzione con fonti energetiche  alternative e sull’uso dei bacini idrici per l’accumulo, evitando comunque la monocoltura energetica e riducendo al minimo i danni ambientali e paesaggistici. Istituzione dell’ EES ente energetico sardo per la gestione del sistema energetico e della connessione con il sistema Europeo. Connessi al sistema energetico italiano, i sardi pagano l’energia circa il 40% in più delle altre zone dello stato italiano.

–          La Sardegna nella Super Grid Europea

–          Preparare la Sardegna ad entrare nella rete europea “Super Grid” che farà sistema interconnettendo in modo intelligente tutte le fonti di energia alternativa d’Europa.

QUESTIONE TRASPORTI 

Autogoverno dei trasporti-  Competenza esclusiva in materia di trasporti da e per la Sardegna.

–          Costituzione di una flotta, navale aerea e ferroviaria sarda,  raddoppio dei binari e l’elettrificazione delle linee ferroviarie, potenziamento dei porti isolani nella prospettiva di sfruttare  la favorevole posizione della nostra isola nel mediterraneo, riapertura dello scalo di Golfo Aranci. Competenza sui porti e sostituzione delle capitanerie statali con quelle regionali.

SCUOLA  – ISTRUZIONE SARDA – LINGUA

Istituzione della scuola sarda.   Avvalendosi delle prerogative attribuite alla Regione Sardegna dallo statuto, è il momento di vedere la scuola sarda in un’altra ottica ed in un altro ruolo che principalmente deve essere quello della valorizzazione dei nostri codici e delle nostre potenzialità, ma non solo.

La scuola per molte comunità della Sardegna non è solo un centro di istruzione, ma è anche pietra fondante di una costruzione che insieme, alle poste, alla banca, alla farmacia, al comune, alla caserma, agli asili nido ed a tutti gli altri servizi primari, aggrega e rende vivibile la comunità.

Quella costruzione, specialmente in Sardegna dove su 377 comuni più del 50% hanno meno di 3000 abitanti, è molto delicata e basta che una sola di quelle pietre fondanti venga a mancare e la costruzione cede e con essa cede anche la comunità della quale era habitat.

– Lingua e cultura- Legge di politica linguistica che: renda il sardo coufficiale all’italiano; faccia obbligatorio l’insegnamento del e in sardo nelle scuole di ogni ordine e grado; renda il sardo visibile nei media, nelle strade, nelle istituzioni, nelle insegne pubbliche e private;

– punti alla standardizzazione della lingua sarda.

– La storia, la lingua e la cultura dei Sardi devono essere ufficializzate ed introdotte nella scuola pubblica.

– Individuazione e sviluppo di un percorso formativo sardo che adotti una politica linguistica-culturale atta a sardizzare tutti gli studenti.

– Riconoscimento, come credito e come titolo, per tutte le assunzioni nel settore pubblico, la conoscenza di almeno una variante della lingua sarda, con maggiore punteggio nel caso di conoscenza di quella standard.

– RADIO  e TV SARDE – Chiederemo il ripristino di Radio Sardegna e la sardizzazione di RAI 3 perché, con trasmissioni bilingui, siano veicolo di cultura e informazione per i sardi.

QUESTIONE SINDACALE

– Sindacati sardi – Riconoscimento dello stato di sindacato nazionale sardo ai sindacati sardi (Cunfederassione Sindicale Sarda e  Sindacadu de sa Natzione Sarda) per poter difendere i diritti dei lavoratori sardi in qualsiasi sede e contrastare il ruolo coloniale e di impecoramento dei sindacati italiani.

– Lavoro ai residenti- Per tutelare la lingua e la  cultura sarda nella scuola e allo stesso tempo per creare maggiori opportunità di lavoro, faremo approvare nuove leggi che diano priorità di occupazione negli uffici pubblici e nelle scuole ai Sardi, ai residenti da almeno cinque anni e ai figli degli emigrati nati fuori dall’isola.

CATEGORIE PRODUTTIVE E FISCALITA’ 

– Pastori sardi – Saremo comunque dalla parte dei pastori continueremo il nostro impegno cogliendo l’importanza della categoria non solo dal punto di vista economico ma anche  culturale e strutturale.

 – Partite iva ed Equitalia – Saremo dalla parte delle aziende sarde di ogni tipo, combatteremo la vessazione fiscale italiana e il suo strumento Equitalia.

ASSETTO TERRITORIALE E SOCIALE

 Lotta allo spopolamento delle zone interne

-Riapertura delle scuole e degli uffici pubblici “vitali” ( poste, banche, ambulatori ….) ed incentivi per l’apertura di servizi privati ( Farmacie, rifornitori, macellerie, calzolerie …).

– Deroghe per i centri non costieri, alla legge urbanistica, in merito alle costruzioni a servizio di piccoli poderi agricoli per permettere la sopravvivenza della microeconomia agricola basata sulla coltivazione di vigne, orti, uliveti …., a conduzione familiare.

COSTI DELLA POLITICA

Riduzione del 70% della retribuzione mensile dei consiglieri regionali che al momento percepiscono un vero e proprio appannaggio per la loro funzione di intermediatori della sudditanza della Sardegna nei confronti dell’Italia.

–          Siamo invece contrari alla riduzione del numero dei consiglieri in quanto, non solo si avrebbe una diminuzione della rappresentanza democratica ma gli eletti diventerebbero dei veri e propri califfi onnipotenti nel loro territorio e a servizio dei loro padroni politici italiani.

QUESTIONE LEGGE ELETTORALE

Approvazione di un legge elettorale per l’elezione del consiglio regionale rigorosamente proporzionale che rompa la blindatura imposta dalle coalizioni italiane ed un voto per gli indipendentista valga quanto un voto per i partiti italiani. 

OCCUPAZIONE MILITARE

Chiusura di tutte le servitù militari, specialmente adibite a poligoni, straniere, comprese quelle italiane,  relativa riconversione ad usi civili, risarcimento dei danni causati al territorio ed alla salute dei sardi, bonifica dei territori da affidare ai disoccupati da ricollocare. Il tutto a carico dello stato italiano. Lotta per impedire ulteriori servitù come quella dell’ipotizzata installazione di radar nelle coste sarde.

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Per portare avanti il progetto politico in tutta la sua articolazione occorre un movimento o partito indipendentista in grado assolvere a tale compito; questo non può essere che Sardigna Natzione Indipendentzia che superata la fase della maturazione deve strutturarsi ed organizzarsi per assolvere a tale importante compito.

Struttura e caratteri fondamentali di Sardigna Natzione Indipendentzia.

Sardigna Natzione Indipendentzia che è nata, per iniziativa del Partidu Sardu Indipendentista, ed ha avuto il suo primo congresso nel 2002 pur avendo perso in parte la sua caratteristica iniziale di federazione di più movimenti indipendentisti è comunque un movimento da definire “ colori” in quanto al suo interno convivono e lavorano diverse espressioni culturali e politiche che però si ritrovano pienamente nel progetto politico di SNI.

Progetto politico che si fonda su dei pilastri fondamentali ed irrinunciabili che gli derivano dalla sua storia e dall’essere evoluzione del cosiddetto neosardismo de Su Populu Sardu, nato sull’intuizione Sardigna=Colonia, diventato poi Sardigna e Libertade, con la constatazione di essere nazione e del suo diritto all’autodetermianzione, evolutasi in Partidu Sardu Indipendentista, per una chiara scelta indipendentista, e per ultimo Sardigna Natzione Indipendentzia, per un progetto politico indipendentista di unione nazionalista.

L’indipendenza della nazione sarda e l’unione nazionalista per poterla ottenere; questi sono i due pilastri di S.N.I. e sono anche il nostro capitale politico, su questi due pilastri continueremo a costruire la nostra azione politica, adegueremo tattiche e strategie  ma non possiamo rinunciare alle motivazioni principali della nostra genesi e della nostra organicità alla nazione sarda.

SNI è la sintesi delle aspettative di dignità esplicite e non esplicite del nostro popolo, come abbiamo fatto fino ad oggi, dobbiamo saperle leggere e tradurle in azioni di vardiania e di anticolonialismo ma specialmente in occasioni nelle quali ogni sardo si senta parte importante ed indispensabile della propria collettività nazionale e le dia corpo e forza per il duro scontro con lo stato coloniale italiano, contingente e casuale usurpatore della nostra sovranità.

Non sarà facile svolgere questo ruolo e conseguire obiettivi così ardui, ma SNI , in più occasioni ha dimostrato di essere in grado di farlo e se da questo congresso usciremo convinti della giustezza e della efficacia del nostro progetto politico e specialmente se riusciremo a capitalizzare dentro noi stessi l’importanza di ciò che abbiamo già fatto avremo la carica necessaria per metter a servizio del nostro popolo la migliore  espressione indipendentista che da esso abbia avuto genesi.

Avremo bisogno di un apparato dirigente in grado di assolvere a questo compito, di coinvolgere tutta l’organizzazione prendendo un po’  da tutti in modo da far sentire tutti protagonisti nelle nostre scelte e nel nostro fare, consapevole della nostra storia e del nostro ruolo, aperto alle novità e ai nuovi colori spalmabili sui due pilastri della nostra genesi.

Come già detto SNI possiede un capitale politico, da esso attingiamo in caso di elezioni, mobilitazioni, referendum ed iniziative in genere, non solo dobbiamo conservarlo e rafforzarlo ma dobbiamo stare attenti a non spenderlo nella contingenza ( alleanze elettorali, rincorrendo populismi, entrando nel partito del no a tutto ecc.).

La struttura della nuova SNI dovrà essere ancora movimentista, flessibile ed auto generativa come quella precedente con qualche adeguamento da introdurre specialmente nello statuto.

La nuova struttura che sarà comunque meglio specificata nella proposta di statuto dovrà avere le seguenti caratteristiche fondamentali;

·Avere un apparato dirigente costituito in tutte le sue articolazioni da una parte eletta e da una parte cooptata. La cooptazione è stato il sistema che ha permesso la continua rivitalizzazione di sardigna natzione Indipendentzia evitando la fossilizzazione dei quadri dirigenti l’apertura di spazi ai militanti che hanno mostrato volontà di impegno e partecipazione nelle lotte nelle quali il movimento si è impegnato.

·Assegnare il potere legislativo al CONSIGLIO NATZIONALE costituito da non più di 50 membri di cui 30 eletti in congresso e 10 per cooptazione, più la Direzione Nazionale. Il Consiglio Nazionale è costituito dai militanti più validi, impegnati ed assidui del movimento, vi è assicurata la rappresentanza di tutti i distretti ma la loro presenza non è assolutamente proporzionale al peso tesserati del distretto. Ogni consigliere rappresenta solo se stesso, non è consentito parlare a nome di altri, di distretti, di maggioranze, di minoranze di gruppi militanti, di associazioni o altro, ogni membro del consiglio nelle sue decisioni deve essere assolutamente slegato dal contesto locale o di gruppo e svolgere il suo incarico nazionale senza nessun tipo di vincolo. Gruppi di consiglieri possono presentare documenti ma solo a loro nome ed eventuali ulteriori adesioni devono essere dichiarate in modo esplicito.

·Avere due tipi di tessere una per militanti e una per simpatizzanti. La seconda rilasciabile anche ad iscritti ad altri partiti che anche non aderendo a S.N. condividono l’idea indipendentista. Dei simpatizzanti si può prevedere anche la presenza in C.N. per una quota non superiore al 20% dei membri cooptati.

·La direzione nazionale deve essere rappresentativa del territorio nazionale sardo e dell’emigrazione senza tenere conto del peso tessere dei diversi territori. In Direzione Nazionale i membri di rappresentanza, di distretto, del movimento giovanile, delle commissioni, possono parlare a nome dei consessi che rappresentano.

·Al fine di avere un maggiore potenziale organizzativo, pur conservando il carattere nazionale del movimento, il territorio nazionale deve essere diviso in distretti, che per esigenze pratiche si possono far coincidere con il territorio compreso nelle nuove province.

·Avere delle commissioni ad acta che si occupino dei settori specifici, coordinate da membri della direzione nazionale o comunque da militanti in stretto contatto con la dirigenza del movimento.

·Avere squadre di militanti, commandos, che volontariamente si rendono disponibili per azioni simili a quelle che hanno caratterizzato l’attività politica militante di S.N.

·Avere una commissione che si occupi del finanziamento del movimento.

·Avere associazioni culturali, come “Libertade” mediante le quali organizzare e partecipare ad iniziative nazionali e europee ed entrare a far parte di associazioni europee come “Mare Nostrum”.

Alleanze e relazioni con le altre forze politiche e sociali.

I sistemi elettorali stanno portando ad un sistema maggioritario che non lascia spazio a movimenti politici come il nostro. Si stanno restringendo quegli spazi di democrazia che ci hanno portato a scegliere di caratterizzare la nostra lotta di liberazione nazionale come una lotta non armata e fatta alla luce del sole e non in clandestinità.

Tentativi di togliere di criminalizzazione dell’indipendentismo sono stati già messi in atto e anche se non hanno coinvolto SNI sono da tenere in seria considerazione.

Non dobbiamo cadere nella trappola bisogna creare le condizioni per non rimanere isolati e per creare delle sinergie con altre realtà politiche che come noi sono discriminate dal sistema elettorale maggioritario e allo stesso tempo cercare di far convergere altre forze organizzate o no su di un progetto nazionalista che ci permetta di formare aggregazioni in grado di non soccombere nello scontro elettorale con i blocchi italianisti.

Si pone quindi il problema delle alleanze possibili per S.N.I., problema che è stato argomento di discussione specialmente in occasione di tornate elettorali e che è necessario chiarire in maniera puntuale ed univoca, considerato che il nostro movimento  si deve muovere in un ristrettissimo spazio politico compresso tra il settarismo e l’omologazione.

Da una parte, dunque, l’esigenza di evitare compromissioni e dall’altra quella di costituire un blocco nazionalista, il più vicino possibile alla soluzione indipendentista, che dia ai sardi una speranza di dignità possibile che non sia legata solo all’azione d’avanguardia portata avanti da S.N.I. ma a percorsi di sovranità condivisi, in ambito nazionalista.

Sono queste esigenze che hanno determinato la scelta di costruire le aggregazioni elettorali di UNIDADE INDIPENDENTISTA  alle regionali e di INSIEME alle comunali. In nessuno di questi due casi come in quelli precedenti di SA MESA per le elezioni regionali e d’INDIPENDENTZIA per le politiche vi è stata una minima compromissione della linea politica di S.N.I, vi è stata però qualche incomprensione da parte di militanti e dirigenti che non hanno capito o che non condividono il progetto politico del quale fanno parte dette scelte. Come in ogni organizzazione politica le eventuali diversità di vedute devono essere viste all’interno di una dinamica tra maggioranza e minoranza e non devono essere motivo di spaccature o di divisioni interne tali da pregiudicare la credibilità e l’incisività del movimento.

Bisogna comunque stabilire, per le alleanze, regole ben precise che solo in casi eccezionali potranno essere derogate con deliberazioni del consiglio nazionale.

·Nelle elezioni politiche e regionali e provinciali sono permesse solo alleanze con poli, partiti o movimenti che hanno genesi e apparato dirigente in Sardegna e che non hanno rapporti di dipendenza con poli o partiti italiani. Qualunque decisione in merito può essere deliberata solo da Consiglio Nazionale.

·Nelle elezioni amministrative nei capoluoghi di provincia si devono seguire gli stessi criteri del punto precedente. Su richiesta motivata della sezione locale o del distretto potranno essere concesse deroghe con deliberazione del Consiglio Nazionale.

·Nelle elezioni amministrative per comuni al di sopra di 15.000 abitanti, non capoluoghi di provincia, preferibilmente si dovranno presentare liste proprie, potranno essere fatte liste comuni solo con partiti o movimenti di cui al punto uno il sindaco indicato dovrà essere espressione della lista, in caso eccezionale si potrà indicare un sindaco esterno purché non espresso da partiti italiani.

·Nelle elezioni amministrative per comuni sotto 15.000 abitanti, dove ci sono le condizioni si dovranno presentare liste proprie altrimenti entrare a far parte di liste civiche che non ricalchino nei nome, nei simboli e nei programmi poli e aggregazioni chiaramente riconducibili ai poli che si contrappongono nei due rami parlamento italiano o che sono eterodiretti.

Le regole su riportate potranno essere modificate in sede di Congresso o successivamente in sede di Consiglio Nazionale.

La tesi è da considerarsi aperta al contributo ed alle modifiche che i militanti vorranno introdurre in sede congressuale e precongressuale.

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Annanta – Ambito o Logu Nazionalista

L’ambito o Logu Nazionalista, deve coinvolgere tutti i sardi organizzati o no che hanno scelto in maniera chiara di far riferimento alla nazione sarda invece che a quella italiana e deve costruire un ambiente politico sardista assolutamente alternativo a quello italianista ed in netta contrapposizione con esso. Questo ambiente politico sardista in nessun caso dovrà essere visto come un’alleanza tra partiti e tanto meno come un nuovo partito, esso dovrà essere il luogo dove si ritroveranno le diverse espressioni politiche sarde che pur mantenendo le loro scelte ideologiche di schieramento, hanno avuto o avranno genesi all’interno della nazione sarda, che ad essa sola faranno riferimento e di essa sola difenderanno gli interessi in campo europeo ed internazionale anche in contrasto con i loro eventualmente alleati partiti italiani o italianisti presenti in Sardegna. In questo ambito, la nazione sarda si deve organizzare politicamente come uno stato, deve costruirsi un ambiente politico sardista completo, con una destra, un centro e una sinistra sardisti in contrapposizione dura con l’ambiente politico italianista e in concorrenza diretta con i rispettivi schieramenti di destra, di centro e di sinistra italianisti. Ogni sardo deve essere posto nelle condizioni di continuare a professare il suo credo politico di schieramento ed essere allo stesso tempo protagonista e partecipe nella lotta di liberazione nazionale del proprio popolo. In una lotta di liberazione nazionale l’uniformità ideologica non solo non è necessaria ma è inopportuna e fuorviante, causa rotture con la parte e alleanze con la controparte, divide i sardi in trincee ideologicamente contrapposte e li impegna in battaglie tra ascari nelle quali a vincere sarà comunque una fazione del potere partitico italianista ed etero diretto.

Stiamo vivendo un momento storico nuovo dobbiamo creare in Sardegna i presupposti di un bipolarismo reale e non ingannevole come quello imposto dai partiti italianisti.  L’unico bipolarismo possibile in Sardegna, l’unico almeno per il quale valga la pena di mostrare interesse, è quello che opponga i due schieramenti reali: quello italianista e quello sardista, l’uno e l’altro, ovviamente, articolati secondo interessi culturali e politici che organizzino o rappresentino ceti e sensibilità. In maniera consapevole o inconscia si va affermando in Sardegna questa necessità.

Movimenti e partiti si sono formati e altri si vanno formando e fondano la loro legittimazione in un’appartenenza a questa nazione.

Altri, invece o parti di altri rivendicano la loro appartenenza alla nazione maggioritaria nello stato italiano.

C’è un obbligo di chiarezza e di schieramento. Se si vuole sottrarre la nostra terra al destino della subalternità, e dall’inganno che alimenta la sudditanza, dobbiamo costringere tutti a dichiararsi.

Non si può continuare a far finta di essere allo stesso tempo italianisti e sardisti.

In Sardegna come altrove nel mondo, almeno in una certa fase, possono convivere e persino a volte collaborare quanti si sentono parte della nazione italiana e quanti riconoscono la Sardegna come unica loro nazione. Purché non si finga ci sia altro a distinguerci fondamentalmente.

Tutte le scuole di pensiero, tutte le culture politiche, tutte le organizzazioni di partito sono permeate in Sardegna di una contraddizione primaria: sardismo o italianismo.

Credo sia giunta l’ora che questa contraddizione esploda, dividendo lungo una linea di frattura che non può essere se non questa.

Solo allora sardismo da una parte, italianismo dall’altra diventeranno sostantivi, nomi veri.

Il resto destra, sinistra, centro saranno riconosciuti per quel che sono: aggettivi forse necessari ma certo non sufficienti a governare i processi.

Sa Domo de Cumone, come la chiamava A. Caria o su Logu Politicu Sardista o qualunque altro nome si voglia dare a questo ambiente politico sardista e a questa aspirazion, deve essere  aperta a tutti i portatori di culture politiche di sensibilità culturali e di appartenenza ideale purché si pongano al centro gli interessi collettivi e nazionali dei sardi.

Questo ambiente sardista non può comunque essere un’alleanza di partiti e tanto meno un nuovo partito, essa deve avere il carattere di ambiente politico all’interno del quale, come in quelli italiano, francese e di tutto il mondo democratico, possano convivere i diversi schieramenti ideologici o poli, ma che in nessun caso sia disponibile, ad essere succursali o espansioni di partiti o poli italianisti.

Lo scontro con le forze italianiste deve essere comunque duro, con tutti i mezzi bisogna impedire che riescano ad esprimere governi, sia di centrodestra che di centrosinistra,  bisognerà renderli nudi agli occhi dei sardi, rendere evidente la loro incapacità ed il loro asservimento ad interessi estranei ed in gran parte contrastanti con quelli della nazione sarda.

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PROGETU POLITICU DE SNI 

(tesi n. 2 aproada in cungressu)

             noas …

PREMESSA

Questa Tesi Congressuale, nasce all’interno del gruppo di SNI della provincia di Cagliari, frutto di “più mani” e più “teste”, vuole essere un contributo al Congresso Nazionale di SNI. Gli stili e i modi di scrittura si sono tenuti il più possibile fedeli al modo di scrivere dei “più autori” che hanno partecipato alla stesura.

Ringraziamo tutti quelli che hanno partecipato all’elaborazione del documento e tutti quelli che dopo averlo letto lo hanno firmato per condividerlo.

Dedichiamo questo documento a Bruno Bellomonte che adesso è ingiustamente imprigionato nelle carceri italiane e a tutti quegli indipendentisti che come lui hanno sacrificato periodi della loro vita o la vita stessa per la Nostra Nazione Sarda.

Cagliari 21 settembre 2011

INTRODUZIONE

L’idea portante da cui nasce la volontà di un contributo corale (del Distretto di Cagliari) al Congresso Nazionale di Sardigna Natzione Indipendentzia con la presente tesi, può rendersi metaforicamente con l’immagine di un treno in corsa.

Il treno si muove su un binario costituito da due rotaie montate parallelamente su una struttura portante detta traversa per mezzo di sistemi di fissaggio.

Il treno è il Movimento SNI; il binario è il suo Progetto Politico; la stazione ultima: l’indipendenza della nostra terra.

Il binario su cui SNI si muove – il suo Progetto Politico indipendentista – è costituito da due rotaie: la teoria e la prassi politica.

Nell’idealità le tiene parallele, in modo che il treno non deragli, la struttura portante dello Statuto (traversa).

Se il sistema di fissaggio fra teoria/prassi politica e Statuto si allenta (o – peggio – salta), tutto il sistema si sconnette, con la conseguenza che il treno SNI deraglia e la stazione dell’indipendenza non viene mai raggiunta.

Attualmente, per motivi complessi, si constata che l’applicazione dello Statuto è venuta meno per molti versi.

Le rotaie sono insufficientemente fissate alle traversine di sostegno e il treno arranca pericolosamente.

Molti passeggeri, non ricevendo neanche garanzie d’incolumità, abbandonano il veicolo e procedono da soli verso la meta.

Il sistema si sconnette.

L’intelligenza, e i tempi di manovra, suggeriscono – invece di fermare il treno in corsa in un momento in cui è urgente raggiungere la stazione – di approfittare del momento congressuale – stazione intermedia – per lavorare di fissaggio, piuttosto che accarezzare progetti di modifica che al momento appaiono azzardati comportando un pericolo di eccessiva verticizzazione del movimento, come il pericolo contrario.

Concludendo, riteniamo lo Statuto una buona traversa. Se applicato con maggiore rigore, ha già in sè tutti gli strumenti per consentire perfino – dopo la stazione intermedia di questo congresso – una stagione di adeguamento e rivisitazione da proporre al voto del congresso prossimo.

Per ora la nostra irrinunciabile esigenza, cardine della tesi, è

a) che questo strumento venga onorato con una più rigorosa applicazione;

b) applicazione sorvegliata e garantita – come da Statuto stesso – dal Collegio dei Probiviri;

c) che una commissione apposita (nominata dal Consiglio Natzionale nella prima riunione successiva al Congresso) lavori nei prossimi tre anni ad un adeguamento dello Statuto ad esigenze emerse e comprovate.

In vista di questa serie di passaggi e per il momento, proponiamo una serie di note esplicative al testo dello Statuto, già previste in sede di redazione dello stesso e mai completate.

Fini e obbiettivi per i prossimi tre anni:

ñ  riportare il movimento nel territorio con sedi stabili;

ñ  incentivare la creazione di sezioni in maniera massiccia e capillare;

ñ  incentivare il movimento giovanile;

ñ  partecipazione a qualsiasi tornata elettorale comunale e sovra comunale dove i riferimenti di SNI lo rendono possibile.

LINEA ORGANIZZAZIONE

 Statuto. Prima di modificarlo è necessario definire chi siamo e cosa vogliamo fare. La sopravvivenza di SNI, passa necessariamente per un suo rilancio organizzativo, che sia propedeutico a una crescita politica e a un recupero di consenso anche elettorale.

Se non si vuole finire per ricalcare metodi e prassi corrotti dei partiti italiani, dobbiamo dare vita ad una struttura interna che risponda a logiche completamente originali rispetto a quelle che dobbiamo subire e da cui per coerenza dobbiamo essere alternativi.

La prima prassi fondamentale è il rispetto integrale dello statuto, sia per quanto riguarda i ruoli  che per i compiti degli organismi e degli iscritti. Lo statuto è il risultato di un’elaborazione organica, in cui portare dei cambiamenti è rischioso perché si rischia di interrompere quella logica di continuità che nelle sue regole da una identità precisa al movimento. Si può realizzare un regolamento interno così come previsto dallo stesso statuto e/o delle note allo Statuto per esplicitare le parti più complesse.

Iscritti simpatizzanti e militanti. Scissione tra iscritto militante (sottoscrivente l’adesione ideologica e avente diritto di voto nelle sezioni, nei distretti, ai congressi, di cui la segreteria ha certificato la presenza e l’attività) e iscritto simpatizzante (senza diritto di voto e svincolato dall’adesione ai princìpi).

Sezioni. Bisogna dare impulso alle risorse del territorio rilanciando il ruolo delle sezioni per avere cellule di militanza in tutta la Sardegna, in modo che sia avviata un’elaborazione tenendo presente tutte le realtà della nazione e lo sviluppo non sia imposto da entità estranea ai problemi, ma la politica nazionale sia la sintesi delle esigenze di sviluppo di tutta la Sardegna.

Le sezioni:

– Devono essere presenti nel più alto numero possibile, in modo distribuito nel territorio e nel più alto numero possibile di paesi. Non sarebbe utile avere molte sezioni concentrate nello stesso centro abitato, anche se non da escludere specialmente nelle città.

–  Devono funzionare secondo i criteri della democrazia diffusa propri dello statuto di SNI.

–  Devono elaborare politiche strettamente legate al proprio ambito operativo comunale, o addirittura di quartiere se presenti in più di una nella stessa città.

–  Devono elaborare sempre seguendo i principi politici espressi dal congresso nazionale e lo stretto rispetto delle norme statutarie.

–  Devono essere continuamente voce critica e propositiva nei confronti delle amministrazioni comunali.

–  Devono progettare un modello di sviluppo e organizzativo per il comune di pertinenza e confrontarsi continuamente con l’amministrazione sulla base del progetto elaborato.

–  Devono cercare di organizzare una proposta nelle scadenze elettorali amministrative del proprio comune.

–  In caso di più sezioni presenti nello stesso comune è compito del distretto coordinarne i lavori.

–  In caso di situazioni territoriali in cui risiedono più sezioni coinvolte nello stesso impegno, elettorale o progettuale, è compito del distretto coordinare e organizzare gli impegni, e casomai necessario, mediare tra le parti.

–  Devono avviare iniziative divulgative allo scopo di promuovere l’indipendentismo e la politica di SNI per il conseguimento della nazione sarda.

–  Devono promuovere incontri e azioni per divulgare le campagne tematiche (es. Nucleare, no radar, ecc.) su cui SNI si impegna per la sovranità del popolo sardo sul territorio della nazione sarda.

-Devono attuare iniziative per la conoscenza e la divulgazione della storia e della cultura sarda.

Distretti. I Distretti hanno il compito di organizzare azioni politiche specifiche appropriate al territorio di pertinenza, seguendo la politica stabilita dal congresso nazionale, coordinandosi con le sezioni di riferimento.

IL distretto dovrà elaborare azioni politiche in modo da far incontrare la realtà locale con la linea politica nazionale in pieno spirito federalista.

Delega Breve (Basata sul Territorio). Il concetto di delega breve si basa sul principio che non ci possono essere concentrazioni di potere, le decisioni importanti vengono prese sempre dai livelli di base cioè le sezioni o i distretti in assenza delle stesse. Più la delega viene ristretta più il livello decisionale si restringe trasformandosi in azione di coordinamento, in questo modo abbiamo una situazione dove ogni militante è responsabile del funzionamento e delle sorti del movimento.

Tesseramento. Il tesseramento deve essere eseguito dalla sezione, dal distretto, dal nazionale. Qualora un militante si iscriva al distretto, non ha diritto a essere invitato alle riunioni di sezione, non ha diritto a partecipare al congresso di sezione, non ha diritto a essere eletto negli organismi di sezione, ne a essere delegato dalla sezione, anche se residente nel comune in cui insiste la sezione. Lo stesso vale per il livello distrettuale nel caso un militante si iscriva direttamente a livello nazionale.

Rapporti tra gli iscritti. I rapporti tra gli iscritti all’interno del movimento devono essere caratterizzati da rispetto e solidarietà reciproca. Ogni iscritto è tenuto a riconoscere gli altri iscritti al movimento e qualora ciò non si verificasse può incorrere nelle sanzioni indicate dallo Statuto e applicate dai probiviri.

Probiviri. I probiviri sono l’organo di vigilanza di SNI, hanno un compito molto delicato, per questo devono essere scelti tra gli iscritti più autorevoli. Il loro compito è quello di  vigilare sull’osservanza delle norme dello statuto, esaminare e deliberare su ricorsi promossi da iscritti o organi di movimento. Applicano delle sanzioni per questo devono essere “super partes” e non direttamente coinvolti nei conflitti che devono andare a risolvere.

Distribuzione risorse economiche. Le esigue risorse economiche consistenti in quote tessera e donazioni volontarie si suggerisce siano disciplinate da un apposito regolamento interno che gli iscritti devono avere al momento dell’iscrizione. 

Razionalizzazione e coordinamento Risorse Umane. Le preziose risorse umane devono essere impegnate in progetti che diano la priorità allo sviluppo del progetto politico di SNI con azioni pianificate anticipatamente e di seguito organizzate e realizzate in modo da ottenere il massimo risultato dallo sforzo  profuso. Altri interventi delle militanza di SNI a sostegno e in appoggio di azioni esterne condivise dal movimento devono essere subordinate agli impegni che il movimento si è dato.

Sede Nazionale. La sede nazionale è responsabilità di tutto il movimento. Il sostegno economico per il mantenimento deve essere garantito anche con sottoscrizioni mensili da parte del Consiglio Nazionale che a sua volta si dovrà preoccupare di reperire risorse in tutte le strutture periferiche del movimento.

Intensificare Organizzazione Giovanile Sperantzia del Libertadi. Eventuale tesseramento giovanile autonomo. Necessità di rendere più importanti i giovani all’interno del movimento, al fine di non rendere superflua l’organizzazione giovanile e di non apparire un gradino indietro rispetto agli altri movimenti indipendentisti. In ogni commissione è necessaria la presenza di un giovane.

Rete rivoluzionaria non Violenta. Per il raggiungimento dall’indipendenza SNI deve mettere in atto una politica rivoluzionaria e non violenta rispetto alle logiche di potere oppressive messe in atto dai sistemi imperialisti sia di stampo capitalista che da quelli socialisti comunisti. Il principio adottato da questi sistemi è stato quello di privare le persone della possibilità di scegliere creando una situazione di dipendenza e mantenendo il potere, con metodi violenti in virtù della ragion di stato, nei confronti di chi si adoperava per un cambiamento di apertura democratica. Per arrivare a imporre uno sviluppo di tipo democratico basato sulla partecipazione SNI deve svilupparsi nel territorio col maggior numero possibile di riferimenti che opereranno in Rete sinergica allo scopo di praticare il pensiero indipendentista concretamente nella vita politica di ogni comunità.

Festa Nazionale del Movimento. Come momento aggregativo e catalizzatore dell’indipendentismo ogni anno si realizzerà un appuntamento che potrà essere itinerante all’interno della Sardegna in una data simbolica per l’indipendenza. Ogni anno l’organizzazione interna a SNI che vorrà realizzare l’evento dovrà concordare l’affidamento della festa con il Consiglio Nazionale almeno sei mesi prima della realizzazione.

Nuovo sito WEB. Il sito web attuale, è datato perché poco interattivo. E’ indispensabile, visto lo spazio che internet ricopre nella comunicazione, la realizzazione di un sito che sia riferimento in primis della militanza di SNI, ma anche di tutto il panorama indipendentista. Il movimento giovanile deve dotarsi di un proprio sito, o blog, al fine di contribuire a diffondere l’indipendentismo tra i giovani, attraverso le proprie riflessioni e i propri progetti riguardo- in particolar modo- le politiche giovanili.

Azioni da discutere in sede congressuale di importanza fondamentale per SNI.

–  Commissione Comunicazione (Studiare messaggi comunicativi coerenti con la linea politica emersa dal congresso).

–  Commissione Statuto per studiare eventuali modifiche sulla Base del Nuovo progetto Politico emerso dall’attuale Congresso e approvazione prossimo Congresso e/o Redazione di un Regolamento d’Attuazione.

–  Promuovere Azioni Propedeutiche alla strutturazione di un Pensiero Politico Indipendentista e alla Presa di Coscienza dell’Identità dei Sardi e della Nazione.

–  Gestione problematiche Nazionali (Galsi, PPR, servitù ecc.).

–  Conferenza Stampa Post congressuale dove si presenta il nuovo Corso di SNI.

LINEA NAZIONALE

Ribadire il concetto di Nazione Sarda. Sardigna Natzione, dalle sue origini, si è distinta per il messaggio indipendentista innovativo e rivoluzionario rispetto alle istanze autonomiste e separatiste precedenti. Il grande lavoro fatto dai fondatori, in primis da Angelo Caria, è stato realizzare una sintesi ottimale fra tutte le entità indipendentiste, dando vita ad un movimento basato su una linea politica fortemente e realisticamente strutturata sul presente, ma sopratutto, tendente al futuro. L’idea di nazione sarda, di popolo sardo, il concetto di democrazia, la critica alla globalizzazione e al capitalismo, la struttura organizzativa del movimento, si mantengono non solo attuali, ma fortemente innovativi ancora oggi. Nostro compito deve essere quello di continuare questa strada, nel rinnovamento delle strutture organizzative, per un nazionalismo rivoluzionario e progressivo con cui lottare contro l’omologazione politico-culturale al neoliberismo ed il colonialismo dello stato italiano e delle multinazionali.

Principio Diversità come fondamento della Nazione Sarda. I principi dell’indipendentismo sono: il benessere diffuso, la democrazia diffusa, la valorizzazione delle diversità, in un evolversi di incontro-scontro, in cui il conflitto è parte creativa del processo di evoluzione continua, il rapporto solidale con le altre culture senza mai abdicare alla propria sovranità politica ed economica.

Popolo sardo base della Nazione Sarda. La risorsa più importante del popolo sardo è sé stesso. Così come recita lo statuto all’articolo 2 La Nazione Sarda, così come concepita da Sardigna Natzione, è composta da tutti i sardi ovunque residenti, dai cittadini di qualunque nazionalità residenti in Sardegna che della comunità sarda vogliano condividere il destino. Più sarà informato, aperto all’innovazione e alla complessità, al diverso, organizzato in senso partecipativo democratico, maggiormente il popolo sardo sarà consapevole di sé stesso e la nazione prenderà consistenza. La frase “da tutti i cittadini di qualunque nazionalità residenti in Sardegna che della comunità sarda vogliano condividere il destino”, non è una frase “buonista”, casomai una conferma dell’estremo realismo della proposta politica di SNI. La libera circolazione delle genti, nella storia ha portato sconvolgimenti nelle società accoglienti con iniezioni di conoscenze diverse e prima sconosciute, con conseguenze innovatrici positive. Si potrebbe “facilonamente” affermare che oggi le conoscenze sono globalizzate, ma questo, è un luogo comune pregiudiziale facilmente confutabile, considerando i modi di sviluppo tecnologici, culturali, scientifici, differenti tra indiani, africani, europei o asiatici, frutto di un diverso approccio alla realtà, dovuto ad una impostazione culturale differente, che danno risultati non uguali tra loro, ma tutti utili e, interconnessi tra loro, ancora più efficaci.

Nello statuto di SNI si è teorizzata la giusta direzione; è fondamentale in questo momento storico mettere in atto azioni, che seguendo quei principi, facciano prendere consapevolezza di se stesso al popolo sardo e in esso della nazione sarda.

SNI deve attivarsi per il popolo sardo, inserirsi nelle crepe tra esso ed il dominio dello stato italiano, portarlo entro una dialettica nazionalista contro l’esecutivo italiano. Per fare ciò deve portare le sue proposte antisistema – nate dall’analisi e dal confronto con le masse- ai gruppi danneggiati dall’attuale modello di sviluppo economico, senza mai adagiarsi su richieste meramente assistenzialiste o rivendicative.

Organizzazione nazionale strettamente federalista. Il governo del territorio non può che partire da chi lo vive e da esso vive. Il Comune deve essere il principale protagonista del governo, i cittadini devono essere i primi responsabili delle risorse comuni, ricercando il proprio interesse, in equilibrio con quello collettivo, secondo un principio di responsabilità individuale, imprescindibile per un popolo consapevole di se stesso. Lo stesso principio vale per le aree di interesse sovra comunale, in cui insistono pertinenze di più comuni; le entità coinvolte si coordineranno per trovare le situazioni che meglio favoriscono la convivenza e il più appropriato utilizzo del territorio, fra diverse comunità.

Redazione Nuovo Manifesto Politico di SNI.  La Sardegna è una nazione che nel suo percorso storico è stata conquistata da quelle che in determinati periodi erano le potenze imperanti. Ogni volta, il confronto, sempre imposto, ha lasciato tracce tristi, ma anche contaminazioni culturali a volte importanti. Questa fase, in cui la nostra nazione deve confrontarsi con l’Italia è molto diversa perché il tentativo di inglobamento è totale. Sarà importante definire l’indipendenza della Sardegna dall’Italia e la sua libertà di posizionarsi politicamente in uno spazio euromediterraneo, rapportandosi all’Italia da nazione sovrana alla pari, dove riconoscendo il percorso culturale e le reciproche influenze fra le due nazioni, la Sardegna si riappropria della sua specificità politica e geografica.

Il pensiero indipendentista è ormai maturo per proporsi da protagonista politico del periodo storico attuale. Tutti i migliori esponenti della politica del secolo appena trascorso erano indipendentisti e hanno contribuito alla realizzazione della maturazione di questo pensiero politico. Personaggi come Gandhi, Mandela, hanno speso la vita per l’indipendenza della propria nazione e la libertà del proprio popolo, tracciando col loro agire un esempio di teoria e prassi dell’indipendentismo.

Oggi l’indipendentismo non può più essere circoscritto in un movimentismo finalizzato al raggiungimento di una nazione neutra, ma è portatore e propositore di principi di libertà, di innovazione democratica, di sovranità popolare, di autocoscienza e responsabilità individuale e di equità economica.

In questo XXI secolo la lotta politica può essere interpretata come un contrasto dei popolo-resistenti allo scempio della propria identità culturale, della propria sovranità politica ed economica  e di neoliberismo. Per prendere parte a tale conflitto, entrando a pieno titolo nella storia contemporanea, abbiamo il dovere di costruire il nostro scudo politico. Ecco perché l’indipendentismo non può finire con il raggiungimento dell’indipendenza nazionale, perché il percorso di maturazione individuale e di popolo, non può che dare vita a un nuovo modello di nazione non ancora apparso nella storia.

Obiettivo politico minimo Proporre un nuovo statuto d’autonomia sul modello scozzese (per quanto concerne istruzione e giustizia) e catalano (per quanto riguarda la fiscalità, il sistema scolastico, il riconoscimento della lingua e della Nazione).

Istruzione. Battaglia per l’Università Autonoma e la competenza esclusiva nella scuola dell’obbligo al fine di diffondere la conoscenza della lingua e della cultura sarda.

Azioni da discutere in sede congressuale di importanza fondamentale per SNI. Definizione dell’identità politica di SNI.

ñ  Movimentista, Catalizzatore di altri movimenti Indipendentisti, Partito Politico. Attualmente è in bilico indefinitamente fra queste identità in maniera confusa.

ñ  Riconoscimento ruolo fondamentale delle comunità locali come progetto politico in grado di proporre un’alternativa forte alla globalizzazione.

ñ  Democrazia Diretta (Basata sui Comuni o sui Quartieri).

ñ  Rapporti con altri movimenti Indipendentisti (Non collaborazionismo con Entità Politiche Italianiste, obiettivo Indipendentzia, Unione tra movimenti utile alla causa di SNI da sempre movimento promotore).

ñ  Discussione sulla pregiudiziale europeista.

ñ  Diritti civili (proibizionismo, eutanasia, testamento biologico, coppie di fatto ecc.).

LINEA ECONOMICA

“Agire come se…”, è il miglior modo per cominciare a essere ciò che si vuole diventare.

L’indipendenza è un obiettivo realistico se prima di tutto si saprà dimostrare di essere in grado di realizzare un progetto economico credibile e migliore di quello fino ad oggi “impostoci” dallo stato italiano.  Noi abbiamo una visione della società profondamente diversa da quella che in questo momento ci troviamo a vivere, ci battiamo per un cambiamento, ma modificare la società significa trasformare l’economia su cui questa si basa. A un’idea di società più giusta deve essere abbinata un’economia più equa. La realtà nella quale ci troviamo è fatta di speculazione e iniquità, che tolgono dinamismo, intraprendenza e bloccano ricambio e rinnovamento nei settori più produttivi dell’economia.

L’apparato industriale che occupa la nostra isola, essendo di dimensioni elefantiache, è in perdita, ma sulla scorta del ricatto occupazionale viene tenuto in piedi da governi collusi con multinazionali che drenano denaro pubblico nei modi più diversi, esempi sono SARAS col CIP6, chimica verde a Porto Torres, oppure sono delle servitù senza nessuna ricaduta positiva per la Sardegna, come il futuro GALSI, o le basi militari che danno una manciata di buste paga. Chiedere a tutte le persone che vivono di economia assistita di rinunciare alla busta paga in nome di un nuovo progetto di là da venire non è possibile, il nuovo progetto deve iniziare subito, e con esso il camino verso l’indipendenza.

Proposta di politica economica antagonista. Dobbiamo mettere in campo una proposta di politica economica antagonista, in modo che dove questa va a radicarsi, l’altra, si estingue perché non praticata.  Una organizzazione di imprese solidali che praticano un commercio integrato fra produttori e rivenditori attraverso il chilometro zero privilegiando i prodotti sardi. In questo modo, si eroderà quella fascia di mercato agroalimentare, occupata per il 75% da importazioni anche di dubbia provenienza. L’organizzazione che si occuperà di sviluppare e far funzionare questo sistema commerciale, dovrà anche provvedere a finanziare un fondo comune che le aziende partecipanti  potranno usare al posto della classica banca e di cui saranno anche direttamente controllore. Questo fondo avrà anche il compito di finanziare la ricerca di nuovi prodotti e sviluppare filiere produttive, quindi, oltre a organizzare il processo produttore – venditore, anche quello produttore – trasformatore – venditore, facendo sempre in modo che il passaggio verso il consumatore sia il più breve possibile, evitando così intermediatori che speculano sul lavoro altrui. 

Se ad esempio il consumo di pane di filiera sarda aumenta a scapito di quello industriale, il vantaggio per i “cerealicoltori” sarebbe evidente, non solo, aumenterebbe la produzione a vantaggio dell’economia isolana, stesso discorso vale per legumi, olio, carne, formaggi e tutti gli altri alimenti che quotidianamente consumiamo.

Ancora più delicato è il discorso ittico, dove pescatori non sardi abituati ad una pesca rapace e distruttiva in molti casi, non solo usano tecniche proibite di pesca che distruggono i fondali, distruggendo l’habitat marino della fauna ittica che ha così difficoltà a riprodursi, ma vengono anche protetti in questo dalle corrotte autorità italiane. Una corretta politica di pesca d’allevamento e di mare aperto unita ad una moderna filiera conserviera sarebbe per la Sardegna un importantissimo settore economico.

Cominciare dall’esistente, questo è il modo di procedere. In Sardegna abbiamo molti gruppi sparsi che si organizzano in gruppi d’acquisto e altri metodi consapevoli di consumo, a questi, dobbiamo prestare attenzione in modo da farli sviluppare collaborando all’interno di un progetto di politica di sviluppo economico comune, dove tutti fanno la propria parte, politico – organizzativa, produttiva, commerciale, imprenditoriale, di ricerca, in modo da crescere tutti insieme ed essere tutti interdipendenti senza che nessuno possa mettere alla fame nessun altro con ricatti commerciali o lo spettro della disoccupazione.

Partire, in questo modo e in questo momento è quello che dobbiamo fare, dopo questo, pensare a passi successivi più ambiziosi per il riscatto economico della nostra terra.